La Morte di Cesare di Jean Leon Gerome ci restituisce gli attimi seguenti al cesaricidio: il cadavere del dittatore ai piedi della statua di Pompeo, gli scranni del Senato vuoti e i congiurati che armi in pugno si dirigono al foro esaltando la libertà ottenuta.

“[…] Quel Cassio ha un aspetto macilento e affamato; pensa troppo. Uomini così sono pericolosi. […] Se il mio nome fosse esposto alla paura, non so quale uomo eviterei di più di quello sparuto Cassio. Legge molto, è un grande osservatore, e spia nei segreti delle azioni umane. Non ama il teatro, come te, Antonio; non ascolta musica. Raramente sorride, e sorride in un modo come se sbeffeggiasse se stesso e schernisse il suo spirito per essersi fatto spingere a sorridere di alcunché. Uomini come lui non hanno mai il cuore in pace se vedono uno più grande di loro e per questo sono pericolosi.”[1]

Con queste parole il Giulio Cesare di Shakespeare riferisce al fedele Marco Antonio i propri pensieri su Gaio Cassio Longino, regista dell’omicidio delle Idi di marzo. Leggendo le preoccupazioni del dictator perpetuo si forma nella nostra mente un’immagine di Cassio ben precisa: un uomo pallido, gracile, severo con se stesso e con chi lo circonda, affamato di potere, lontano dai piaceri mondani ma pronto all’azione tanto da poter rappresentare una minaccia.

Ripercorrendo i momenti salienti della vita di Cassio, quale ci viene restituita da alcune fonti[2] non è difficile immaginarne qualità e difetti.

Membro della gens Cassia, una delle famiglie patrizie di cui alcuni membri avevano avuto accesso al consolato, fu sempre vicino al partito conservatore degli optimates, in particolare all’austero Catone, anche se durante la guerra civile preferirà schierarsi con Cesare anziché seguire Pompeo Magno. Avviato al cursus honorum partecipò come questore alla sfortunata spedizione contro i Parti guidata da Marco Licinio Crasso e conclusasi con la disastrosa battaglia di Carre.

L’arrogante rifiuto del triumviro di aiuti militari consistenti dall’Armenia, forse nella speranza di tornare rapidamente a Roma dopo un blitzkrieg, unito al disinteresse nell’ascoltare i suggerimenti di Cassio, il quale proponeva di avvicinarsi all’Eufrate senza girovagare con 30mila uomini per il deserto mesopotamico, condusse l’esercito romano alla sconfitta. Solo una porzione di quest’ultimo si salvò proprio grazie a Cassio che, in dissenso con le decisioni del comandante della spedizione, fece ritorno con alcune legioni presso Antiochia prima del secondo decisivo attacco partico.[3]

La battaglia di Carre rappresentò una grave sconfitta per la repubblica di Roma. Le insegne perse negli scontri vennero recuperate da parte di Augusto nel dopo lunghe trattative diplomatiche.

Per la lealtà dimostrata nei confronti di Cesare riteneva di poter ambire alla nomina di praetor urbanus ma a lui venne preferito il più giovane Bruto mentre Cassio divenne praetor peregrinus, carica importante ma un gradino sotto quella di urbanus.[4]

Da questo momento il destino dei due pretori sarà legato indissolubilmente fino alla loro morte. Nonostante l’idea di uccidere Cesare doveva essere maturata dopo la battaglia di Munda, che chiude la guerra civile tra cesariani e pompeiani, è facile immaginare che, anche a causa di questa decisione, iniziasse a montare in Cassio la delusione, seguita dalla rabbia e dal desiderio di vendetta verso quell’affronto.

Il Cassio presentato da Plutarco è un uomo contraddittorio e poliedrico che decide di ordire la congiura sia per motivi privati[5] sia per la sua avversione alla tirannidi fin dall’età giovanile. La determinazione mista a impetuosità è ben visibile nella doppia motivazione che lo spinse al cesaricidio: da una parte motivazioni personali risibili quali la decisione di Cesare d’impadronirsi di alcuni leoni di Cassio destinati ai giochi durante la sua edilità[6], dall’altra Plutarco riferisce come “Cassio per natura aveva nutrito da sempre odio e avversione verso la razza dei tiranni”[7] tanto che da fanciullo, durante le lezioni di retorica, “si alzò e prese a pugni” il figlio di Silla, Fausto, che stavaelogiando il potere assoluto del padre.

Dopo essere stati convocati da Pompeo a seguito di questo episodio increscioso, Cassio non solo non si pensì ma aggiunse “Su, Fausto, arrischiati a pronunciare davanti a quest’uomo quel discorso che mi ha irritato, perché ti possa di nuovo rompere la faccia.”

Il Senato di Roma, cuore pulsante della politica della Repubblica.

A fianco all’impulsività non si possono negare le buone capacità organizzative di Cassio, comprovate dalle sue azioni di convincimento per la congiura contro Cesare, dato che fu in grado di portare dalla sua parte circa ottanta congiurati[8] mossi da motivi eterogenei e di garantirsi allo stesso tempo che nessuno tradisse il piano.

La manipolazione di Bruto sarà il suo capolavoro: il giovane si rivelò essere l’elemento più utile dell’eteria, fungendo da collante per la congiura data la grande reputazione di cui gode. Una volta commesso il delitto Cassio spinse affinché venisse ucciso anche Marco Antonio e si oppose alla lettura del testamento di Cesare ma in entrambe le occasioni i suoi avvertimenti non furono ascoltati. Costretti alla fuga da Roma anche dall’arrivo di Ottaviano, futuro imperatore, Cassio e Bruto si rifugiarono in Oriente, cercando di mettere insieme un esercito e di indebolire le forze anti-cesaricide. Incomprensioni e difficoltà nel far conciliare la propria visione con quella di Bruto rese difficile il rapporto tra i due congiurati.

A differenza di Bruto, uomo che tra una battaglia e l’altra passa le giornate immerso nelle letture,[9] Cassio è essenzialmente un uomo di guerra.[10] Più volte emerge il carattere duro e irascibile di Cassio, violento nella collera, che esercita  il comando dei soldati per mezzo del terrore ma pare anche “che con gli amici fosse portato all’allegria e alle facezie.”[11] dove Bruto anteponeva ad ogni cosa la giustizia.

Nonostante questo l’abilità dei due è evidente, come rivela lo stesso Plutarco, dal momento che “erano partiti dall’Italia come i più disonorevoli degli esuli, senza sostanze, senz’armi, senza una nave equipaggiata, senza un soldato, senza una città; trascorso non molto tempo, si erano ritrovati insieme con navi, fanteria, cavalleria e ricchezze che li mettevano in grado di sostenere adeguatamente la lotta per il dominio di Roma”[12]

Ma le loro speranze verranno deluse: i tanti presagi sfavoreli alla vigilia della decisiva battaglia di Filippi si concretizzarono il giorno dello scontro. Lo slancio delle truppe di Bruto, che penetrarono nell’accampamento dei cesariani, lasciò scoperto un fianco, attarverso cui le forze di Marco Antonio riuscirono a devastare le legioni al comando di Cassio.

Quest’ultimo si ritirò su una collina e mandò un suo caro amico, Titinio, ad osservare se i cavalieri che li stavano per raggiungere fossero amici o nemici. Quando i reparti di cavalleria di Bruto videro arrivare Titinio gli girarono attorno a cavallo con grandi grida di gioia ma a Cassio parve fosse stato catturato dai nemici. Cassio si chiuse nella sua tenda e chiese ad un suo liberto di aiutarlo a morire.”La testa fu trovata staccata dal busto […]” e quando giunse Bruto “si gettò a piangere sul suo corpo e a chiamare Cassio l’ultimo dei romani, come se a Roma non potesse nascere uno spirito così nobile.”[13]

Più grave del suicidio per evitare l’onta della sconfitta, a Cassio non è perdonato da parte di Dante Alighieri il tradimento di un benefattore quale fu per lui Giulio Cesare; il cesaricida è collocato nella Giudecca, il punto più basso dell’inferno, divorato in eterno da una delle bocche di Lucifero.[14]

Di Daniele Reano

 

 

[1]Willian Shakespeare, Giulio Cesare. Atto I, scena II.

[2]Nello specifico Plutarco e Velleio Patercolo. TLe traduzioni della Vita di Bruto proposte di seguito sono di Pierangelo Fabrini.

[3]Sulle vicende relative alla battaglia di Carre si veda Plutarco, Vita di Crasso. Molto utile è anche l’analisi di Pietro Pasteretto, La battaglia di Carre, Roma 2003.

[4]Per una presentazione analitica delle magistrature romane si consiglia la consultazione di M.Le Glay, J.L.Voisin, Y.Le Bohec, Storia romana, Bologna 2002.

[5]Plut.Caes, 62.8.

[6]Plut.Brutus, 8.7.

[7]Plut.Brutus, 9.1.

[8]Suet. Caes. 80,3.

[9]Plut. Brutus, 4.6.

[10]App. Bell.Civ. 4, 133, 561.

[11]Plut. Brutus, 29.2.

[12]Plut. Brutus, 28.7

[13]Plut. Brutus, 44.2.

[14]Inferno, Canto XXXIV, vv. 61-69: «Quell’anima là sù c’ha maggior pena», disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto, che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. De li altri due c’hanno il capo di sotto, quel che pende dal nero ceffo è Bruto: vedi come si storce, e non fa motto!; e l’altro è Cassio che par sì membruto. Ma la notte risurge, e oramai è da partir, ché tutto avem veduto“.

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Daniele Reano

Daniele Reano

Laureato in Storia all'Università degli Studi di Torino, attualmente alla magistrale di Filologia, Letteratura e Storia antica presso l'Università degli Studi di Firenze. I miei interessi, oltre che alla storia greca e romana, sono rivolti alla politica estera, nazionale e territoriale. Adoro leggere per ore, visitare quanti più musei possibile, viaggiare in lungo e in largo per l'Europa e passeggiare nelle splendide valli alpine.