Corsera24maggio1915Quest’anno ricorre il centenario di un evento decisamente particolare: nel 1915, in seguito al Patto di Londra, firmato dall’ambasciatore italiano a Londra e dai rispettivi delegati per il Regno Unito, per la Francia e per l’Impero russo, l’Italia entra in guerra contro gli Imperi Centrali (Germania ed Austria-Ungheria), suoi alleati negli anni di pace. La firma del trattato avviene in assoluta segretezza, né il Parlamento né l’opinione pubblica italiana sono al corrente di quanto accaduto. I fatti saranno resi noti solo quando i bolscevichi giunti al potere dopo la Rivoluzione d’Ottobre, con lo scopo di denunciare la politica estera zarista, renderanno pubblico l’atto.

Ungaretti_GiovaneI giovani italiani, per quanto mossi da patriottismo, non sono preparati a quella che sarà una moderna strage. L’Impero Austro-Ungarico è un nemico potente, una macchina da guerra, contro la quale le tecnologie italiane appaiono arretrate. Si combatte soprattutto sulle Alpi, il cui fronte più tragicamente famoso è il Carso. Dopo un funesto inizio sotto il comando del Generale Cadorna, le truppe italiane, ora guidate da Armando Diaz, riescono a riprendersi nella celebre battaglia del Piave. Tra le voci di questi soldati, che in trincea o nelle cave delle Alpi trascorrono questi anni di guerra, c’è quella di Giuseppe Ungaretti, uno dei più grandi poeti del secolo scorso, uno dei portavoce più alti di questo primo conflitto mondiale.morganti_2014_02

Innumerevoli sono le poesie dedicate dal Poeta alla guerra nella sua prima raccolta Allegria (già Il Porto sepolto).

Tra tutte pare opportuno iniziare con una delle più famose e senz’altro più forti che Ungaretti abbia scritto.

San Martino del Carso

Di queste case,

non è rimasto che

qualche brandello di muro

 Di tanti che mi

corrispondevano,

non è rimasto neppure tanto.

Ma nel mio cuore,

nessuna croce manca:

 è il mio cuore,

il paese più straziato.

Trittico La guerra, 1929-32L’immagine più immediata è quella della desolazione, di un paesaggio di rovine su cui si sono abbattute la guerra e la morte. Lo stesso termine brandello, che normalmente fa riferimento alla carne o alle stoffe, rende più acuto ed umano il passaggio. L’associazione spontanea con la vita del poeta e coi molti compagni caduti, è immediata. Di loro non è rimasto più nulla: se delle case non è rimasto neppure tanto, loro sono scomparsi, generando così una desolazione ancora più devastante e profonda. Come San Martino del Carso, anche il cuore di Ungaretti è ridotto a cimitero, un luogo dove nessuna croce manca, perché il ricordo di quei compagni resta nella commossa memoria di chi sopravvive. Ecco in chiusura l’analogia fra il paese e il cuore, che appare ora come il paese più straziato.

L’orrore è reso da Ungaretti in pochissime parole, bastano la descrizione di un paesaggio, una semplice analogia per evocare sentimenti devastanti.

Questa tuttavia non è l’unica prospettiva rispetto alla quale il Poeta ci presenta la guerra. Il conflitto ci viene presentato anche come condizione alienante, si pensi a Natale col suo gomitolo di strade e alla stanchezza sulle spalle del poeta-soldato, a Girovago con chi si sente ormai straniero, o infine allo sradicamento affrontato da Moammed Sceab, protagonista di In Memoria, che

non sapeva più

vivere

nella tenda dei suoi

dove si ascolta la cantilena

del Corano

gustando un caffè

E non sapeva

sciogliere

il canto

del suo abbandono

Soldati_tedeschi_e_prigionieri_italianiImportante è anche la prospettiva dei soldati che, nella poesia omonima, ci vengono presentati nella loro condizione di assoluta precarietà come un gruppo unico e non come singoli, il tutto attraverso la sintesi spiazzante di

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

Infine, da poesie come Veglia o la celeberrima I fiumi, appare evidente come tutto l’orrore della guerra, presentato nella raccolta sotto tutte le sue sfaccettature, porti, per contrasto, ad un desiderio insaziabile di vita. Si comprende, sia nel poeta che si riconosce come

 una docile fibra

dell’universo

sia che nell’atroce scena della bocca digrignata e delle mani congestionate del compagno massacrato accanto al quale Ungaretti veglia, il profondo attaccamento alla vita. La sacralità dell’esistenza, il suo fascino e il suo significato attraverso il dolore e l’orrore diventano chiari al poeta-soldato, il quale si fa portavoce e parametro della condizione collettiva. E’ sul suo io che si misura il valore di questa esistenza, apparentemente messa in crisi, ma che risulta fortificata e amplificata al massimo.

Fiammetta Gori

trincea

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