Sciamano della Papua Guinea

 

“Per magia si intende comunemente un insieme di gesti, atti e formule verbali (a volte anche scritte) mediante cui si vuole influire sul corso degli eventi e sulla natura delle cose. Un atto magico sarebbe un’azione compiuta da un soggetto nell’intento di esercitare un’influenza di qualche tipo (positiva o negativa) su qualcuno o qualcosa.” (U.Fabietti, Elementi di antropologia culturale, 2015)

 

Il pensiero magico (con le pratiche che ne conseguono) fu uno dei principali oggetti di riflessione dei primi antropologi, ai quali apparve come il segno di sistemi di pensiero radicalmente altri e, in una prospettiva evoluzionistica, come espressione di società “primitive”. La magia venne infatti inizialmente interpretata come espressione di un modo di pensare carente di coerenza logica, oppure come scienza inesatta.
A questo proposito James G. Frazer (1854-1941), ultimo esponente dell’evoluzionismo culturale, individua nella magia il primo gradino di un percorso evolutivo che, passando per la religione, approda infine alla scienza; la magia è infatti vista come tentativo da parte dell’uomo di manipolare la realtà circostante attraverso una serie di rapporti automatici di causa-effetto che, se per la loro meccanicità e ricordano una prospettiva scientifica, sono però basati su premesse errate e su presupposti irrazionali.

Edward E. Evans-Pritchard presso gli Azande (1926 – 1930)

A proporre un nuovo punto di vista sarà Edward E. Evans-Pritchard (1902-1973), che condusse ricerche presso gli Azande (popolazione che vive tra il Sudan e il Congo attuali) tra il 1926 ed il 1930, approfondendo in particolare la loro concezione della stregoneria e della magia.
Il pensiero zande, secondo il quadro che ne fa Evans-Pritchard, sembra infatti essere fortemente imperniato su credenze e pratiche magiche: ogni disgrazia può essere ricondotta ad una causa magica,più precisamente alla stregoneria, e naturalmente a tale disgrazia (una volta appuratane l’origine magica attraverso gli oracoli) non si può far fronte se non con la stessa magia.

“In tal modo stregoneria,oracoli e magia costituiscono un complesso sistema di credenze e di riti che acquistano un senso soltanto se visti come parti interdipendenti di un unico complesso. Questo sistema ha una struttura logica. Una volta stabiliti alcuni postulati, risultano valide le conclusioni e l’azione basata su di essi”
(Evans-Pritchard, 1971)

La questione della razionalità o meno di un simile sistema di pensiero e delle sue premesse va quindi riformulata: non si tratta più di individuare un vero e un falso in relazione alla mentalità occidentale, ma di ricercare la coerenza interna di un sistema di idee autonomo (quale è per Evans-Pritchard la magia), che si presenta quindi come insieme di concetti logicamente legati fra loro e che deve essere considerato in relazione alla società che lo ha prodotto.

Bronislaw Malinowski presso le isole Trobriand

Bronislaw Malinowski (1884-1942) invece, in seguito alla sua esperienza di ricerca presso le isole Trobriand (arcipelago del Pacifico sud-occidentale) elaborò una differente teoria della magia, della quale mette in luce non tanto l’aspetto logico quanto la sua finalità eminentemente pratica. Coerentemente con la sua concezione operativa della cultura Malinowski vede infatti la magia come una serie di “atti sostitutivi” che consentono all’uomo di far fronte a possibili difficoltà nell’attività pratica: attraverso l’atto sostitutivo ci si prefigura la buona riuscita dell’azione, lenendo l’ansia legata a imprevisti, ostacoli o incertezze. La magia, dice Malinowski “mette l’uomo in grado di compiere con fiducia i suoi compiti importanti, di mantenere il suo equilibrio [..]. La sua funzione è quella di ritualizzare l’ottimismo umano”.

Maddalena La Rocca, fattucchiera, a Colobraro (MT) nel 1952

Non possiamo infine non ricordare il pensiero di Ernesto De Martino (1908-1965), che condusse ,durante gli anni ’50, una serie di indagini etnografiche nel Mezzogiorno a seguito delle quali elaborò un’originale interpretazione della magia, inserendola in un orizzonte più ampio (che non avremo qui il tempo di esaurire).

Il Gioco della Falce a San Giorgio Lucano (MT) nel 1959

La magia è per De Martino strettamente legata al rischio della perdita della presenza, ovvero della propria operatività culturale, della propria capacità decisionale e di scelta; rischio che risulta estremamente concreto in corrispondenza di regimi “arcaici” di esistenza, caratterizzati dalla precarietà dei beni elementari e dalla pressione di forze naturali e sociali non controllabili (come poteva essere appunto quello dei vari borghi del Mezzogiorno durante gli anni’50).

La magia svolgerebbe quindi una funzione protettiva rispetto a questo rischio, in quanto consentirebbe di risolvere in modo culturale e socialmente condiviso situazioni critiche, che non possono essere fronteggiate in senso strettamente materiale e di fronte alle quali la presenza si trova in crisi.

Paputi della Confraternita di San Matteo per il triduo pasquale a Salerno

Attraverso la magia infatti il negativo (ovvero la situazione critica) viene riassorbito e risolto su un piano mitico-rituale, esso viene cioè destorificato. Si viene così a determinare un regime protetto di esistenza, al quale contribuisce la stessa religione: nell’ottica di De Martino infatti religione e magia svolgono la stessa funzione, ciò che le differenzia è da un lato la maggiore connotazione morale della religione rispetto alla magia (più incentrata sugli aspetti “tecnici”); dall’altro il fatto che mentre la magia opera una destorificazione circoscritta ad una situazione precisa, la religione presuppone un orizzonte critico più ampio ed opera quindi,attraverso il suo piano mitico-rituale, una destorificazione rispetto a tutto ciò che nel divenire storico può diventare negativo.
Nel complesso il concetto di magia (e quindi di pensiero magico) rimane molto ampio: in ogni contesto culturale essa assume connotazioni differenti, che non possono essere ricollegate ad un’unica funzione o definizione.

Non possiamo, soprattutto, ricollegarla esclusivamente alla concezione e all’immaginario occidentale, e anche nel tentativo di comprenderla dal punto di vista dell’altro, dobbiamo tener conto dei possibili (forse inevitabili) condizionamenti e preconcetti derivati dal nostro particolare retroterra culturale.

Bisogna infine considerare che nessun contesto culturale rimane sempre uguale a sé stesso: tutte le culture con le loro varie espressioni, come appunto il pensiero magico, vanno incontro a trasformazioni e contaminazioni.

Nell’epoca contemporanea infatti, il progresso tecnologico ha portato in molti casi ad un declino del pensiero magico, che tuttavia non è scomparso del tutto.

Di Martina Grassi e Alessandra Salamone

Sciamano del villaggio di Khorum-Dag nella Repubblica Popolare di Tuva

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