Paul Hazard (1878-1944), uno degli storici francesi più influenti della sua epoca, ci ha lasciato un libro di importanza capitale. La crisi della coscienza europea, pubblicato a Parigi nel 1935, è infatti uno di quei contributi che arriva ad influire così tanto sull’ambiente culturale che lo circonda, da  determinare addirittura uno iato fra la percezione che si aveva di un tema prima e gli sviluppi scientifici seguenti. Da allora il concetto di “crisi della coscienza europea”, da lui coniato, è entrato a pieno diritto fra le convenzioni usate nella periodizzazione storiografica. Tale opera intende spiegare come si sia passati da una mentalità seicentesca, fondata su dogmi e autorità (civiltà del dovere), a una settecentesca, improntata alla libertà individuale (civiltà del diritto).

La crisi dei valori classici e cristiani, il fondamento stesso dell’identità europea di allora, avviene, secondo Hazard, in un intervallo di tempo corrispondente all’incirca al regno di Luigi XIV, in particolare fra 1680 e 1715. È in questo trentennio, infatti, che agiscono alcune menti innovative (fra cui Spinoza, Malebranche, Fontenelle, Bayle, Locke, Bossuet e Descartes) che, in anticipo di un secolo sulla Rivoluzione Francese, forgiano alcuni di quegli elementi che caratterizzeranno l’Età dei Lumi, come il concetto di contratto sociale, di delegazione del potere, di diritto alla ribellione. Da quest’epoca, sovraccarica di idee, derivano i due grandi filoni del pensiero e della sensibilità settecenteschi: da una parte abbiamo la corrente razionalistica, cardine dell’Illuminismo, e dall’altra una corrente sentimentale, dapprima più silenziosa, ma poi sempre più evidente, che confluirà nel Romanticismo tedesco.

1) L’autore
Paul Hazard (1878-1944) ha consacrato la propria vita allo studio, rigoroso ed appassionato, della civiltà moderna e delle sue proiezioni culturali. Personaggio cosmopolita, almeno quanto l’Illuminismo che amava, compie i suoi studi all’École normale supérieure di Parigi, poi a Firenze e infine alla Sorbona. Si dedicherà quindi all’insegnamento, nella stessa Sorbona, e successivamente a Lione, New York. Nel 1940 sarà l’ultimo membro eletto all’Accademia di Francia prima dell’invasione tedesca, che l’anno dopo comprometterà la sua stessa candidatura a rettore dell’Università di Parigi. Antinazista convinto, dedicherà gli ultimi anni della sua vita a collaborare con France de demain, una rivista affiliata alla resistenza. Muore a Parigi il 12 aprile 1944.

La tesi sostenuta dall’autore è che tale processo non sia stato, semplicemente, un repentino cambio di rotta nel pensiero europeo, quanto piuttosto la ripresa di una tradizione secolare che affonda le sue radici nel Rinascimento. Delineare una storia del pensiero europeo nel corso del XVII secolo, per poi arrivare all’Illuminismo, è quindi il compito che si prefigge Hazard. Per fare ciò, egli articola l’opera in quattro sezioni.

I grandi mutamenti psicologici

Nella prima sezione vediamo come, dopo l’epoca di grandi sconvolgimenti che ha rappresentato il Rinascimento per l’Europa, si ritorni temporaneamente ad una stagione di raccoglimento. Il modello di vita adottato dai dotti è quello classico del permanere, dell’equilibrio: si cerca un’aurea mediocritas, di oraziana memoria, e il saggio deve “saper dimorare in sé” (Seneca). Questo atteggiamento è esemplificato al meglio da un personaggio di Don Chisciotte, Don Diego de Miranda. Eppure, non manca un’inquietudine intellettuale latente, che si esprime allora in una nuova tensione esplorativa, nel Viaggio: si inaugura cioè l’epoca del Grand Tour. Per Bergeron (1619) e Campanella (1636) tale pratica è destinata a promuovere una nuova concezione delle cose. E in effetti, il confronto con l’Altro (sia esso il Saggio Egiziano, l’Arabo, l’esotico Persiano o il misterioso Cinese) porta con sé un grande insegnamento, la relatività, di cui Pierre Bayle (1647-1706) si fa ardente fautore. Egli, figlio di un pastore protestante, ha una crisi mistica attorno ai vent’anni, che lo fa convertire al cattolicesimo. Dopo questa breve sbandata, egli diventerà un modello inedito di intellettuale, ateo eppure strenuo difensore di una tolleranza tout-court.

La vita morale è da lui considerata indipendente da quella spirituale, per cui è possibile elaborare l’idea di un ateo virtuoso. Secondo Bayle l’uomo, dominato dalle passioni, ha come unica arma al mondo l’uso della ragione; allo stesso tempo, però, l’impossibilità di elaborare teorie generali e risolutive dipende dalla difficoltà di non cadere in contraddizione. In un certo senso Bayle prepara il campo a John Locke (1632-1704), il quale è consapevole di non poter stabilire fermamente i princìpi della morale e della religione senza esaminare la propria capacità conoscitiva.

Il superamento degli ideali classici di conoscenza e saggezza passa, per prima cosa, dalla critica alla storiografia tradizionale. Il pirronismo storico è un atteggiamento che troviamo per la prima volta nel discorso inaugurale al proprio corso, pronunciato da Perizonio, all’Università di Leida (1702). La Storia entra in crisi, avversata da almeno tre parti (i Cartesiani, i Giansenisti e i Libertini). Si denotano le lacune della storiografia antica (quella ateniese in primis, ma anche i grandi storici latini) e si discute sulle incongruenze della storia biblica. Una nuova disciplina entra a far parte della famiglia delle scienze: la cronologia. Essa nasce dal bisogno di confrontare le date bibliche con gli accurati annali degli Egizi e dei Cinesi. Il primo ricercatore moderno nel campo è Leibniz (1646-1716), genio poliedrico, che compila una storia della dinastia Hannover. Egli utilizza a questo scopo solo fonti documentarie (trattati, diplomi, patti commerciali), ignorando totalmente gli storici precedenti. Un altro punto da cui prende le mosse Hazard, per descrivere i grandi mutamenti psicologici che intervengono in quest’epoca, è la sempre più marcata formazione di una coscienza nazionale. Il ballo L’Europe Galante di de la Motte (1687) e The trueborn Englishman di Defoe (1700) scherzano sui luoghi comuni legati ai singoli paesi, denotando una diffusa percezione delle diversità fra un popolo e l’altro, in un’Europa che è ormai divisa per lingue e confessioni. Il primato nella cultura, che per secoli è stato latino (col rinascimento e il melodramma italiani, col Siglo de Oro spagnolo) va gradualmente alla Francia, che con il Re Sole arriva ad essere il polo attrattivo di tutti gli intellettuali del continente, imponendo addirittura la propria lingua come idioma della diplomazia e della cultura.

2) Canal Grande, Canaletto (1726-1730)
Scorci come quello dipinto da Giovanni Antonio da Canal, detto il Canaletto (1697-1768), sono esattamente ciò che si va a cercare, in quest’epoca, partendo per il Grand Tour. Un’usanza che nasce proprio adesso, sul finire del XVII secolo, e che porterà la Noblesse di tutta Europa a visitare il sud del continente a scopo di crescita culturale. L’Italia, e specialmente Roma, Firenze, Venezia e Napoli, sarà la meta per eccellenza, di un turismo ancora profondamente elitario, ma che influirà notevolmente sulle vicende intellettuali dell’Europa del Settecento.

In Francia si susseguono tre generazioni consecutive di brillanti intellettuali, che ne consolidano il primato. Per la prima volta anche l’Inghilterra, divenuta ormai forza marittima egemone, inizia a produrre letteratura apprezzata anche nel continente, specie nell’annus mirabilis 1713, l’acme di autori quali Pope, Swift, Arbuthnot, Steele e Addison. L’Olanda, spodestata dal ruolo di regina dei mari, si accontenta di essere la patria della finanza e del libero pensiero. Essa inoltre è la prima a dare alle stampe giornali per tutta Europa, non a caso in francese, e a competere con le realtà tedesca e francese nella pubblicazione di libri. Intanto il processo di Controriforma arriva al suo culmine con la revoca dell’Editto di Nantes nel 1685: il cattolicesimo ha recuperato vaste aree dell’Europa centrale, ma di lì a poco, con l’emigrazione ugonotta e la vittoria di Cromwell in Inghilterra (1688), la Riforma tornerà a trionfare, soprattutto nella sua accezione calvinista.

Contro le credenze tradizionali

La seconda sezione tratta la demolizione di concetti considerati fino ad allora indiscutibili, come il miracolo e l’assoluta attendibilità delle Scritture (nasce infatti l’esegesi biblica, grazie a Simon). L’incredulità come prassi e l’edonismo come espressione di duplice libertà (della mente e dei sensi) sono i cavalli di battaglia dei Libertini: aristocratici, perlopiù francesi, educati nelle lettere classiche e nel culto di Epicuro. La fine del Seicento è, per eccellenza, l’era della Ragione Aggressiva, che tenta di fare tabula rasa degli errori passati e ristrutturare la vita intellettuale europea partendo dalla razionalità. La ragione come unico mezzo per raggiungere la conoscenza è la grande innovazione attuata da René Descartes, meglio noto come Cartesio (1596-1650). Nel 1670 e nel 1677 escono le due opere forse più rivoluzionarie del secolo, il Tractatus theologico-politicus e l’Ethica di Baruch Spinoza, ebreo olandese ostracizzato dalla sua stessa comunità. Il suo pensiero viene a lungo frainteso e attaccato, ma è con lui, di fatto, che si mettono una prima volta in dubbio le irrazionali costruzioni della Città di Dio e della Città del Re; nell’Ethica, addirittura, Spinoza fa di umano e divino una stessa categoria.

Le credenze popolari, ancora di matrice pagana, vengono attaccate partendo dalle superstizioni riguardanti le comete, dagli oracoli e dalla stregoneria (si pensi a Bayle e a Fontenelle). Il tentativo di riunificare le fedi cristiane muore definitivamente con Leibniz, Bossuet e i loro dialoghi irenici: la teologia e il potere regio si unificano nella dottrina del “Cuius Regio, Eius Religio”, in base alla quale la religione predominante corrisponde a quella del regnante. Principio stabilito definitivamente al termine della Guerra dei Trent’Anni, con la Pace di Vestfalia (1648), e in cui si ravvisano i germi del concetto moderno di sovranità nazionale.

3) Baruch Spinoza (1632-1677)
Spinoza è senz’altro fra le menti più rappresentative di questo periodo. Autore di due opere essenziali, il Tractatus Theologico-Politicus (1670) e l’Ethica (1677), egli può approfittare dell’atmosfera relativamente tollerante dei Paesi Bassi. Figlio di marrani fuoriusciti dal Portogallo, Spinoza avrà infatti molte più difficoltà a farsi accettare dalla sua stessa comunità di ebrei sefarditi, che arriverà ad ostracizzarlo definitivamente, con la pronuncia di un cherem (anatema), il 27 luglio 1656. Si consiglia la lettura di un interessante romanzo storico, Il problema Spinoza (Irvin D. Yalom, 2012), che tenta un’inedita biografia del filosofo, messa in parallelo a quella di Alfred Rosenberg (1893-1946), autore de Il Mito del XX Secolo, ideologo di punta del nazismo, nonché, suo malgrado, grande estimatore di Spinoza.

Tentativo di ricostruzione

Nella terza sezione vengono analizzati i fondamenti della nuova mentalità, fondata sulla ragione, che porterà all’Illuminismo. Si parte dall’empirismo di Locke, fondato sulla distinzione fra ragione (i cui mezzi sono sensazione e riflessione) e fede (basata sulla rivelazione) e sulla centralità delle idee. Il superamento della metafisica si rispecchia anche nella creazione di un diritto naturale, mutuato da Hobbes, e legato a filo doppio al deismo di Tholand e poi di Clarke. John Tholand (1670-1722) tenta così di organizzare una società che superi la necessità di una chiesa, e che si fondi sui princìpi di Verità, Salute, Libertà.

4) Il Leviatano (1651)
È questa l’opera più conosciuta di Thomas Hobbes (1588-1679), pubblicata inizialmente a Londra ma ben presto circolata in tutta Europa. Attraverso la ripresa di un archetipo biblico, la figura mostruosa del Leviatano (incarnazione dello Stato), Hobbes decostruisce molti luoghi comuni, ancora imperanti nella dottrina politica del Seicento, e introduce una visione meccanicistica della realtà che porta, fra le altre cose, alla determinazione di un diritto naturale, iscritto nell’ordine stesso del Creato (Giusnaturalismo).

I valori immaginativi e sensibili

La quarta e ultima sezione dà spazio ai valori dell’immaginazione e del sentimento, messi forse in ombra dalla fredda ragione descritta fin qui, che si rispecchia in una grandissima produzione saggistica e critica. Secondo Giosuè Carducci – nota Hazard – la prima metà del Settecento è il periodo meno lirico della storia d’Europa: e in effetti è questa la stagione in cui si impone, definitivamente, la prosa. Mentre si provano a superare gli eccessi della poesia barocca, la commedia viene stigmatizzata duramente: si apprezza, piuttosto, il valore morale della tragedia, come dell’epos classico.

“Mr. Spectator” predica, dalle colonne dell’omonima rivista, la saggezza e la misura, ma vanta anche i piaceri dell’immaginazione. Quest’ultima viene stuzzicata dalle traduzioni, fatte allora, delle Mille e una notte (Galland, 1704-1711) e dall’esplorazione dei Caraibi, della Lapponia, della Cina… In campo religioso assistiamo a un ultimo afflato apologetico del cristianesimo (Bremond), al giansenismo, al pietismo, e alla nascita delle più varie sette e comunità (Fratelli degli Angeli di Gichtel, Setta dei Filadelfi di Lead). Non mancano i taumaturghi e i presunti profeti, come ad esempio Quirinus Kuhlman, morto sul rogo a Mosca (1689). Per citare Hazard, “la maggioranza dei pensatori contemporanei dice conoscere, ma una minoranza risponde amare”.

5) Il romanzo moderno
La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, celebre romanzo pubblicato da Daniel Defoe nel 1719, è un tipico esempio di quella narrativa d’avventura, che si sta facendo strada nel gusto letterario del tempo. Il romanzo, che d’ora in poi diventerà un genere sempre più determinante, sa incarnare appieno le necessità espressive di un mondo divenuto ora più curioso, assetato di conoscenza, ma anche profondamente individualista. L’Ottocento lo consacrerà definitivamente a specchio della cultura borghese, regalandoci alcune delle più belle pagine mai scritte (dai romanzieri francesi Stendhal e Balzac, passando per i grandi narratori russi, come Dostoevskij e Tolstoj).

La panoramica che presentiamo intende trasmettere solo un sunto di quella che è un’opera incredibilmente sfaccettata e viva. Chiunque, dallo studioso professionista al semplice amante dell’umanesimo, dallo studente universitario alla casalinga, è sicuramente capace di apprezzare a pieno questo prezioso libro di Paul Hazard. Non capita troppo spesso, del resto, di imbattersi in una lettura così densa, eppure così apparentemente semplice: ciò che rende La Crise de la conscience européenne tanto innovativo, quanto immune all’obsolescenza, sta forse proprio nell’essere stato capace di definire un’epoca, di cogliere uno Zeitgeist, restituendoci l’istantanea a colori di un mondo che, purtroppo, rischierebbe di apparirci solo in bianco e nero. 

Di Lorenzo Hofstetter

PER APPROFONDIRE

– PAUL HAZARD, La crisi della coscienza europea – 1680-1715

Letture simili:

– PHILIPP BLOM, Il primo inverno – La piccola era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700)

– FEDERICO CHABOD, Storia dell’idea di Europa

– BENEDETTA CRAVERI, La civiltà della conversazione

– MARK GREENGRASS, La cristianità in frantumi – Europa 1517-1648

About the author

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter è nato a Brunico, capoluogo storico della Val Pusteria, nel 1995. Cresciuto a Firenze, è qui che al momento studia e scrive. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti (Momenti Visuali; L'Erudita) e ha conseguito la laurea in Storia e Tutela dei Beni Archeologici.

Leave a Comment

*