Come è noto ad ogni linguista, le lingue sono in continua evoluzione e col trascorrere del tempo
subiscono inevitabili cambiamenti, siano essi di natura fonetica, morfologica, semantica o sintattica.
Esiste tuttavia una lingua che si discosta almeno in parte da questa affermazione universalmente
riconosciuta, ovvero l’islandese. Un madrelingua del secolo corrente è ad esempio perfettamente in
grado di leggere e capire il testo di una saga risalente al XII secolo, proprio perché i mutamenti linguistici – almeno a livello morfologico e sintattico – sono stati scientemente limitati. Ciò è dovuto
alla concezione che gli islandesi hanno della propria lingua natia: essa non è percepita semplicemente come uno strumento che consente la comunicazione, bensì come l’essenza stessa della loro cultura e come portatrice dell’identità nazionale, ed in virtù di questo deve necessariamente essere preservata.
Andando ad analizzare la storia dell’Islanda antecedente al 1944 (data della Dichiarazione d’indipendenza, che sancì la definitiva ed ufficiale autonomia di questo paese) appare evidente come questa nazione non abbia mai goduto di una vera e propria libertà, eccezione fatta per periodo di tempo relativamente breve.

Particolare del Möðruvallabók (AM 132 folio 13r), 1350 c.ca. che contiene il più grande repertorio conosciuto di saghe islandesi medievali.

Tra il 930 ed il 1262, infatti, l’Islanda poté effettivamente definirsi come stato libero e democratico. Quest’epoca fu definita in lingua islandese come Söguöld (da sögu, “saga”, e öld, “età”) o anche Þjóđveldi (da Þjóđ, “popolo”, e veldi, “potere”; letteralmente “potere del popolo”) ed ebbe un’importanza cruciale per la formazione di una coscienza nazionale che si radicò profondamente nell’animo degli islandesi. La sottomissione alla Norvegia nel 1262 pose fine a quest’epoca felice tramite l’erogazione del Gamli sáttmáli, patto che sancì l’annessione dell’Islanda ai territori norvegesi – nonostante all’isola venissero comunque riconosciuti dei diritti, di natura principalmente legislativa.

Dal 1383 al 1944 invece, l’Unione di Kalmar, avvenuta per volontà della regina Margherita I di Danimarca, portò all’unificazione dei tre regni di Danimarca, Norvegia e Svezia sotto un singolo monarca. Anche l’Islanda, all’epoca facente parte dei territori norvegesi, si ritrovò sotto quello che in definitiva fu il monopolio economico e politico danese. La Svezia si separò dall’Unione nel 1523, mentre la Norvegia rimase sotto il controllo danese fino al 1814, per poi passare sotto il dominio svedese ed ottenere infine l’indipendenza soltanto nel 1905. Non avendo né un esercito né risorse economiche sufficienti per ritagliarsi un posto all’interno del complesso panorama europeo, l’Islanda riuscì ad ottenere la propria indipendenza soltanto nel 1944: di fondamentale importanza fu la rivendicazione di una forte identità nazionale.
Per quanto riguarda l’evoluzione linguistica, il primo idioma utilizzato in Islanda fu il norreno, lingua
importata dai vichinghi norvegesi nel IX secolo durante la prima effettiva colonizzazione dell’isola
(fenomeno che in norreno viene detto landnám).

Per molti secoli in tutti i territori della Scandinavia venne utilizzata una lingua tutto sommato unitaria, complice il fatto che non vi fosse una vera e propria coscienza identitaria da parte dei singoli paesi; c’erano ovviamente delle varietà, ad esempio il dialetto norreno occidentale (parlato in Islanda e Norvegia) ed il norreno orientale (utilizzato dai parlanti danesi e svedesi), ma fino al XIII secolo venivano considerate comunque come facenti parte di un’unica lingua detta dönsk tunga (lett. “lingua danese”), come a sottolineare come il baricentro di tutto fosse comunque la Danimarca, già prima dell’Unione di Kalmar. Eppure l’inesorabile e graduale cambiamento all’interno delle coscienze degli abitanti dei singoli paesi, sempre più consapevoli della loro identità, andò inevitabilmente ad influire anche sulla lingua, tanto che dall’iniziale dönsk tunga comune si sviluppò anzitutto il danese a cui seguirono svedese, norvegese, faroese ed islandese.

La pietra runica di Rök, Östergötland, Svezia. IX sec., una delle incisioni runiche più antiche e lunghe pervenuteci.

In Islanda non esistevano delle vere e proprie città – almeno non fino al 1786, anno in cui fu fondata Reykjavík – e l’intera popolazione, peraltro dalla scarsa densità, viveva in fattorie sparse lungo le aree costiere e nelle valli; fu anche per questo motivo che l’influenza di lingue straniere come inglese e danese fu davvero marginale. Questo elemento, unito all’isolamento geografico ed economico dell’Islanda rispetto agli altri Paesi, diede luogo ad un interessante fenomeno: le varianti linguistiche si appianarono dando vita ad un idioma comune, senza dialetti, morfologicamente molto simile all’islandese parlato ancora oggi.

Tutto ciò avveniva inoltre nel periodo compreso tra il X e il XII secolo, epoca in cui il bagaglio culturale islandese, composto da miti, leggende e canti, ha una tradizione di tipo esclusivamente orale, mentre l’utilizzo delle rune veniva ritenuto sacro, e pertanto riservato soltanto ad incisioni su legno, pietra o metallo dai precisi intenti rituali e simbolici.
Risale al XII secolo il Primo trattato grammaticale. Benché non se ne conosca l’autore, il testo riveste
di una fondamentale importanza, in quanto descrive la fonologia islandese dell’epoca con un
metodo non dissimile da quello applicato dalla linguistica moderna. Questo testimonia non soltanto
che nei parlanti islandesi si stava sviluppando una sorta di autoconsapevolezza linguistica, ma soprattutto che a partire da questo secolo è stato prodotto, giungendo fino a noi, un corpus letterario
composto da fonti scritte. Esse attestano l’ampia produzione di saghe e di poesie di quel periodo,
che confermano la fama di abili poeti e cantastorie che gli islandesi avevano presso gli altri popoli.

Pagina pergamenacea del Landnámabók, Istituto Árni Magnússon di Reykjavík, Islanda. Esso è un manoscritto
islandese di epoca tardo-medievale che narra della colonizzazione dell’Islanda da parte dei popoli Vichinghi.

Lo studio dei testi prodotti dal XI al XIV secolo mostra l’evoluzione del danese, del norvegese e dello svedese verso una direzione sempre più vicina alla loro versione più moderna. Benché anche
l’islandese abbia subito alcune modifiche minori nel corso del tempo, si discosta comunque dalle altre lingue per via del suo carattere profondamente conservativo che continuò a preservarlo da mutamenti significativi. Fu con la Riforma protestante – che con la traduzione della Bibbia in tedesco pose l’accento su interrogativi linguistici dei quali sino a quel momento nessuno si era mai dovuto preoccupare – che l’islandese subì un inevitabile rinnovamento, confinato però soltanto a livello fonologico: la morfologia ed il lessico rimasero infatti pressoché intatti. Degni di nota, mutamenti quali la rotazione consonantica (ad esempio la trasformazione delle occlusive sorde in occlusive sonore) e cambiamenti grafici come il grafema -t dopo una vocale che viene attualmente trascritto come -đ, col risultato di accrescere il numero delle consonanti.
Nel XIX secolo, come in tutto il resto d’Europa, anche in Islanda andò formandosi una forte spinta nazionalista, il cui perno risiedeva appunto nella forte identità culturale di quel paese. Già nel 1780 vi fu una proposta da parte di alcuni studenti di rivoluzionare il lessico islandese, sostituendo le parole di derivazione straniera con termini ricavati da lemmi di radice unicamente islandese.

Il governo danese era ovviamente contrario all’iniziativa: a lungo aveva tentato di imporre la propria lingua come lingua ufficiale tramite il controllo dell’educazione e dei canali burocratici, al punto che, per molti secoli, chiunque avesse voluto intraprendere un percorso di studi universitario si era visto costretto a recarsi Danimarca, in quanto l’Università d’Islanda non venne fondata fino al 1911; ciò
fece sì che una colta élite di islandesi parlasse effettivamente anche il danese, ma la maggioranza
della popolazione, costituita per lo più dalle classi popolari, continuava a riconoscere l’islandese
come unico canale comunicativo.

Ciò rese il processo di purificazione della lingua dai danicismi sicuramente più semplice ed immediato. Anche in tempi più recenti l’attenzione nei confronti dell’islandese non è venuta meno: nel 1964 fu fondato il Consiglio della Lingua Islandese, il cui ruolo è quello di fornire consulenza al governo su questioni linguistiche e di produrre una relazione annuale sullo stato della lingua. Nel 1985 invece venne costituito l’Istituto della Lingua Islandese, segretariato del Consiglio della Lingua Islandese posto sotto l’egida del Ministro dell’Educazione e organo responsabile della preservazione di questo idioma.

Reykjavík

Le sue funzioni principali consistono nel rispondere a domande riguardanti la lingua, offrire delle linee educative che favoriscano la trasmissione dell’islandese e fornire risoluzioni ufficiali sulle questioni dell’uso della lingua.

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è che la lingua islandese è sempre stata accessibile
a tutti, complice anche l’assenza di dialetti. La scrittura, inoltre, non era confinata soltanto all’ambiente scolastico, ma veniva praticata pure nelle fattorie, che rappresentavano non solo l’unità abitativa più diffusa sul territorio islandese, ma anche e soprattutto il fulcro della società e della cultura di quel paese. Neppure le donne, infine, erano esenti da questo aspetto e potevano dedicarsi alle lettere suscitando senz’altro meno scalpore rispetto alle loro contemporanee nel resto d’Europa.

Quanto detto finora risulta essenziale alla comprensione del valore della lingua e della parola presso
gli islandesi: non avendo alcuna forza politica, economica o militare, l’identità dell’Islanda è sempre
stata legata in maniera indissolubile alla propria storia, alle tradizioni folkloristiche, ai miti e alle leggende, aspetti tramandati, appunto, dall’islandese.

Soltanto il grande attaccamento alla tradizione, espresso per mezzo di quella lingua così arcaica, ha potuto far sì che l’Islanda mantenesse un’identità nazionale tanto forte da venir riconosciuta ad un livello sia culturale che amministrativo dagli altri Paesi, consentendo così a quest’isola lungamente dominata da popoli stranieri di gran lunga più forti in senso sia militare che economico di raggiungere la tanto agognata indipendenza, armata unicamente della propria identità culturale.

di Maria Sofia Mazzini

Photo by Carlos Resende

Bibliografia e sitografia:

  • Gianna Chiesa Isnardi, Storia e cultura della Scandinavia. Uomini e mondi del nord, Bompiani, 2015.
  • Lars S. Vikør, The Nordic Languages. Their Status and Interrelations, Novus Press, 1995.
  • Gunnar Karlsson, History of Iceland, University of Minnesota Press, 2000.
  • Petursson Magnús, The development of Icelandic from the mid-16th century to 1800, in Oscar Bandle, The Nordic Languages. An International Handbook of the History of the North Germanic Languages, Mouton De Gruyter, 2004.
  • http://www.languagesoftheworld.info/student-papers/the-purification-of-the-icelandic-language.html
  • http://www.arnastofnun.is/
  • http://www.treccani.it/enciclopedia/islanda/
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Colonizzazione_dell%27Islanda

About the author

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini è nata a Firenze nel 1992. Si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna e attualmente frequenta il Corso di Laurea Magistrale in Italianistica, Culture Letterarie Europee e Scienze Linguistiche, sempre presso Bologna. Dal 2018 fa parte della redazione di Poesia del nostro tempo, progetto letterario nato dalla rivista Argo.