Umberto Eco scriveva:

L’ambiguità delle nostre lingue, la naturale imperfezione dei nostri idiomi, non rappresentano il morbo postbabelico dal quale l’umanità deve guarire, bensì la sola opportunità che Dio aveva dato ad Adamo, l’animale parlante. Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.

Cosa fare, dunque, quando gli idiomi umani sono il nostro campo di indagine? L’ascesa delle lingue volgari e romanze, con la fine del latino, è un nodo storico di ancora difficile soluzione. Possiamo considerare i Giuramenti di Strasburgo (842) la prima testimonianza scritta in una lingua romanza. Gli eredi di Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, si incontrano quell’anno di fronte ai rispettivi soldati, giurandosi reciprocamente fedeltà nella lingua dell’esercito del fratello: Carlo il Calvo fa solenne promessa di alleanza in alto tedesco antico, Ludovico il Germanico fa lo stesso in proto francese. Tale episodio ci è trasmesso dallo storico carolingio Nitardo (800-845).

Proclamazione del Giuramento di Strasburgo firmato da Carlo II, detto il Calvo (823-877), re di Francia e dell’impero d’ccidente e Luigi il Germanico • Crediti : Leemage – AFP

Per comprendere, però, il significato stesso del dibattito sulla nascita delle lingue romanze in Europa, sarebbe necessario stabilire, in partenza, la stessa liceità del concetto di filiazione di tali lingue dal latino. È erroneo considerare che italiano, spagnolo, portoghese, francese, occitano, sardo, ladino, rumeno derivino dal latino. Sarebbe più giusto affermare che tali idiomi continuano determinate varietà di latino. Il latino, definibile come una lingua storico-naturale attinente al ceppo linguistico indoeuropeo (la stessa famiglia, per intenderci, delle lingue germaniche, slave, baltiche, iraniche e indiane come dell’ellenico, dell’albanese e dell’armeno), ha conosciuto variazioni anche intense nella sua costituzione, prodotte da variabili diverse che potremmo riassumere così:

  • Variabile diacronica: la variabile legata al tempo. Qualsiasi lingua utilizzata attivamente nella vita quotidiana, va incontro nel corso dei secoli a cambiamenti più o meno vistosi nel campo del lessico, della morfosintassi, della semantica. Il latino viene solitamente distinto in cinque varietà succedutesi nel corso del tempo: latino arcaico (VIII-II secolo a.C.), latino preclassico (fine II secolo-metà I secolo a.C.), latino classico (I secolo a.C. – I secolo d.C.), latino postclassico (I-II secolo) e latino tardo (dalla fine del II secolo fino al VII-VIII secolo della nostra era).

Mappa dell’Impero Romano al culmine della sua espansione (117 d.C.). Con la conquista romana della Dacia (107), Traiano portò l’Impero alla massima espansione territoriale. Il latino si impose allora in modo crescente e su un territorio vastissimo, che dalla Britannia giungeva fino in Egitto, dalla Penisola Iberica all’attuale Romania. Affermatosi in virtù del prestigio di cui si rivestiva la romanità, esso non riuscì comunque a scalzare la κοινὴ διάλεκτος (“lingua comune”) nella parte orientale dell’Impero, che difatti restò linguisticamente e culturalmente greca per molti altri secoli. Nel 1911 lo storico serbo Konstantin Jireček (1854-1918) stese una linea immaginaria in mezzo ai Balcani, che da Laç giungeva fino a Sofia, in Bulgaria. La Linea Jireček delimita in modo abbastanza vistoso l’area linguisticamente latina dell’impero (a nord) da quella greca (a sud). Con il termine Romània, invece, si intende tutta l’area in cui si sono evolute le lingue romanze.

  • Variabile diatopica: la variabile legata allo spazio. Al culmine dell’espansione romana (che possiamo far coincidere con la morte di Traiano, nel 117) il latino si è ormai diffuso ampiamente e affermato come lingua amministrativa e di prestigio in tutta l’area occidentale dell’impero, fondendosi con fattori etnici locali e creando varietà di latino legate al sostrato linguistico Sarebbe ingenuo credere che il latino parlato in Pannonia fosse lo stesso della Penisola Iberica. Per renderci conto dell’importanza del sostrato locale in questo processo, basterebbe fare un paio di esempi: si pensi alla tendenza, in alcuni dialetti dell’Italia centro-meridionale, a realizzare come nn il nesso consonantico latino -ND- posto fra vocalià il latino MUNDUM, che si conserva nell’italiano mondo, è reso monno in romanesco, munne in napoletano. Tale tendenza è stata spiegata come un riflesso dell’antichissimo sostrato osco-umbro. Pensiamo anche al nesso latino -CT-, che in italiano si è trasformato in –tt-, ma che in aree che hanno risentito del sostrato celtico, come il nord della Penisola o la Francia, si è realizzato come –ità NOCTEM > notte (italiano); nuit (francese); nöit (piemontese).

 

  • Variabile diafasica: la variabile legata al livello stilistico o registro di una produzione linguistica. Semplicemente, ogni lingua può cambiare di tono o di livello a seconda della situazione in cui la si usa (il latino equilibrato e ricco che Cicerone usava non è lo stesso nelle epistole ad amici e familiari che di lui ci sono pervenute, così come cambia il fiorentino utilizzato da Boccaccio in letteratura e nella committenza privata).

 

  • Variabile diastratica: la variabile legata alla condizione sociale e al livello culturale di chi la adopera. Per restare nell’ambito latino possiamo pensare all’enorme differenza, nell’uso della lingua scritta, che intercorre fra un autore colto come poteva essere Virgilio e i celebri graffiti che si possono ancora leggere sui muri di alcune case a Pompei, risalenti pertanto a poco prima dell’eruzione del Vesuvio, che sommerse la città nel 79 d.C.

I graffiti di Pompei. Le rovine dell’antica Pompei, sepolta dai detriti di un’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., sono ricche di iscrizioni e graffiti lasciatici da comuni cittadini e abitanti della città. Le informazioni che possiamo ricavare da tali documenti sono molteplici, dal prezzo di generi alimentari e prostitute ai nomi di gladiatori particolarmente famosi. Celebre è un’iscrizione, decisamente più aulica di tanti graffiti a sfondo osceno, che recita: Quisquis amat valeat/pereat qui nescit amare/bis tanto pereat/quisquis amare vetat (“Chi ama goda di buona salute; muoia chi non sa amare; muoia due volte chi impedisce d’amare”). In un altro graffito, iscritto nella cosiddetta Casa dei Dioscuri, possiamo poi leggere un riferimento al celebre tumulto che coinvolse la città nel 59 d.C., in occasione del quale le tifoserie di Nuceria Alfaterna e Pompei scatenarono un’enorme rissa all’anfiteatro: Campani Victoria una/cum nucerinis peristis (“O Campani, siente morti insieme ai Nocerini in quella vittoria”).

  • Variabile diamesica: la variabile legata alle modalità di trasmissione di una lingua. Sicuramente la lingua scritta può permettersi un maggior conservatorismo (è questo il caso del latino medievale, che nonostante tutto andò incontro a volgarizzazioni spesso involontarie), mentre nel parlato i cambiamenti si fanno vistosi anche nell’arco di poche generazioni di loquenti.

 

Sarebbe troppo riduttivo fare una succinta panoramica su quelli che sono stati i principali cambiamenti intercorsi fra il latino volgare, utilizzato negli ultimi secoli dell’antichità (e che ritroviamo nelle defixiones, oscure maledizioni incise su lamine di piombo, negli ex voto e nelle numerose lettere di legionari romani ritrovate presso il Vallo di Adriano), e i successivi idiomi romanzi, specie per quanto riguarda la penisola italiana.

Gli ambiti della fonetica, del lessico, della morfologia e della sintassi hanno tutti quanti risentito in misura diversa delle variabili che abbiamo appena accennato sopra. Ma rimane spesso problematico, anche al giorno d’oggi, individuare il primo esempio scritto di volgare italiano nella storia del nostro paese. Sicuramente non esistono molti dubbi sul fatto che le ricorrenti formule testimoniali del celebre Placito Capuano, riportate nel verbale di un processo per usucapione che coinvolse il monastero di Montecassino nel 960, fossero a tutti gli effetti in una lingua diversa dal latino:

 

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte s(an)c(t)i Benedicti

 

(«So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto»)

Eppure la scoperta di un’enigmatica postilla a un codice altomedievale, conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona, ha colto di sorpresa i linguisti, cambiando le carte in tavola. Nel 1924 Luigi Schiapparelli, studiando il codice LXXXIX conservato nella biblioteca veneta, notò un appunto scritto sul recto del foglio 3. Si trattava, in apparenza, della trascrizione di un canto contadino sull’aratura. Fu una sua studentessa del primo anno, però, a far notare che quel distico, scritto in una lingua che non sembrava del tutto latino, era un indovinello. Il testo recitava:

+ se pareba boves, alba pratalia araba & albo versorio teneba & negro semen seminaba

 

A questi versi si aggiungeva inoltre una breve formula in latino

 

 + gratias tibi agimus omnip(oten)s sempiterne D(eu)s.

 

Quest’ultimo dettaglio, più significativo di quanto potrebbe sembrare, è alla base dell’entusiasmo che ha accompagnato la scoperta dell’Indovinello Veronese. Perché la lingua utilizzata da un individuo possa considerarsi tale, è necessario una genuina coscienza linguistica da parte sua.

Luigi Schiapparelli (1871-1934) Paleografo e storico piemontese, scoprì le postille al codice veronese nel 1924. Fu all’epoca uno dei più illustri studiosi nel campo dello studio di documenti antichi. Grande amico di Carlo Cipolla e Pasquale Villari, risiedette per trent’anni a Firenze per tenere una cattedra in Paleografia e Diplomatica, corso di studi che organizzò in due anni, credendo di dover sopperire alle mancanze degli altri atenei e istituti d’Europa. A questo proposito scrisse: “Gli allievi possano ricevere tutte le nozioni in tali materie, forse maggiori di quelle che s’impartiscono all’estero, dove non credo si possa dare ad esse sì largo svolgimento”.

L’alternarsi di una lingua latina di stampo classico, equilibrata e corretta, e di una lingua diversa, se pur non ancora italiana, sembrerebbe dimostrare che ci troviamo di fronte al primo esempio di volgare in Europa. Il codice è stato datato all’inizio dell’VIII secolo, epoca della sua rilegatura in Spagna. Le postille, scritte in corsiva nuova, risalgono a molti decenni dopo, quando il volume giunse a Verona dopo varie peregrinazioni.

A cavallo fra VIII e IX secolo una mano anonima vergò il breve testo sul recto di uno dei fogli, forse per esercitare la grafia o per provare la penna. Non c’è in realtà concordanza, fra gli studiosi, sul fatto che si sia trattato del medesimo autore per entrambe le postille. Se di un unico scrivano si parlasse, saremmo sicuri anche della sua coscienza linguistica. Ma questo è quasi sicuramente un interrogativo destinato a non trovare risposta.

Ad ogni modo, la lingua in cui è stata scritta la prima nota presenta diverse caratteristiche che potrebbero identificarne l’idioma come volgare: se invece del latino sibi, ad esempio, pareba in luogo di paraba, negro invece di nigro. Versorio, che si conserva ancora oggi nel dialetto veneto come versor, è una parola latina dal significato, però, volgare (= aratro).

Complessa è stata anche la traduzione del testo, in un primo momento identificato un po’ idillicamente con un antico canto campestre. Appurato che si trattava di un indovinello (dal momento che presentava profonda affinità con un enigma popolare chiamato comunemente Ritmo di Verona), si dovette affrontare l’ostacolo rappresentato dalle prime parole della postilla. Se paraba vorrebbe dire “spingeva innanzi”, secondo la considerazione che ancora nel veronese moderno “parare” ha tale significato. Ma non manca chi lo tradurrebbe come “somigliava” o “appariva”. Addirittura, leggendolo unito, separaba darebbe “appaiava”.

È chiaro che per capire il significato generale della frase, a prescindere da tali ambiguità, bisognerebbe individuare un soggetto, che è appunto la soluzione dell’indovinello. Il genere di indovinello è sicuramente un topos in molte zone dell’Italia settentrionale, se anche Pascoli si serve di tale similitudine in Myricae:

 

Scrive… (la nonna ammira): ara bel bello,

guida l’aratro con la mano lenta;

semina col suo piccolo marrello:

il campo è bianco, nera la sementa.”

[da Il piccolo aratore]

 

Il soggetto, in entrambi casi, parrebbe essere lo scrittore, che spinge avanti i buoi (le due mani), arando campi bianchi (il foglio), reggendo un aratro bianco (la penna d’oca) e seminando un seme nero (l’inchiostro).

Non è possibile affermare con sicurezza quanto l’Indovinello veronese possa considerarsi un documento in volgare, considerata anche la datazione alta, ma rappresenta comunque un tassello in più nello studio dello sviluppo delle lingue romanze nel corso del tempo e, pertanto, un contributo estremamente interessante.

 

Di Lorenzo Hofstetter

 

Bibliografia

“Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano”, Giuseppe Patota (Bologna, 2002)

“La lingua italiana”, Claudio Marazzini (Bologna, 1994)

“Pascoli-Poesie” a cura di Gianfranco Contini (Roma, 1969)

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