Abraham Ortelius, Septentrionalium Regionum Descrip., 1587.

Alexander Pope (autore britannico del XVIII sec.), come del resto molti altri sia prima che dopo di lui, ad un certo punto della sua vita di letterato si è posto una domanda più che legittima e dalla risposta niente affatto scontata: che cos’è il Nord?

[] at York, ‘tis on the Tweed; in Scotland, at the Orcades; and there, at Greenland, Zembla, or the Lord knows where: no creature owns it in the first degree, but thinks his neighbour farther gone than he! 

 

[…] a York, esso è nel Tweed; in Scozia, alle Orcadi; e lì, in Groenlandia, a Zembla, o il Signore sa dove: nessuna creatura lo possiede in assoluto, ma pensa che il proprio vicino sia molto più lontano di lui!

 

Dunque, sembrerebbe trattarsi non tanto di un luogo prettamente fisico quanto di una concezione, oltretutto piuttosto relativa: banalmente, per quanto a nord si possa andare, c’è sempre un luogo più a nord di quello. Vi sono sostanzialmente due percezioni del Nord, contrastanti e compresenti all’interno della cultura occidentale, riconducibili all’archetipica opposizione di stampo manicheo tra luce e ombra e, conseguentemente, tra bene e male.
La prima – ovvero quella negativa – deriva sia dall’inospitalità delle terre considerate nordiche, aspre e dal clima poco favorevole all’uomo, sia dai suoi abitanti che, agli occhi dei popoli che vivevano più a sud rispetto a loro, apparivano spesso rozzi, quasi grotteschi.

Incisione ottocentesca dei Germani

Impossibile non citare a questo proposito il De origine et situ Germanorum, nota opera etnografica di Publio Cornelio Tacito (I sec. d.C.): certo, Tacito in verità esaltava anche molte delle qualità dei popoli barbarici – dalla monogamia al loro spiccato eroismo in battaglia – ma, più che di un’obiettiva descrizione della realtà, si trattava di un’enfatizzazione dall’intento educativo nei confronti dei romani, che stavano vivendo un’epoca di decadenza del mos maiorum e che dovevano quindi prendere esempio da tali virtù; in generale però Tacito non poteva fare a meno di evidenziare la barbarie e l’inferiorità culturale delle genti del nord (che agli occhi dei romani risultavano essere un popolo semplice e quasi primitivo). Tuttavia, Tacito usufruiva di informazioni di seconda mano: egli infatti non andò mai di persona in quelle terre da lui così minuziosamente descritte, pertanto già le fonti da lui consultate dovevano presentare un pregiudizio ben definito.

 

Cercando di risalire alle origini di tale mentalità possiamo giungere fino al mito dei cimmeri, popolo che si diceva vivesse in terre dove vigeva il buio più assoluto, e dall’oscurità all’ostilità il passo è breve. È nell’Odissea che compare per la prima volta questo mito, poiché era la Scandinavia uno dei luoghi dove si immaginava che ci fosse un ingresso per il mondo dei morti:

Olaus Magnus, particolare della Carta marina et Desctiptio septemtrionalium terrarum, 1539.

Calò il sole e si oscuravano tutte le strade, ed essa/ raggiunse i confini dellOceano dalla profonda corrente./ Là c’è il territorio e la città del popolo dei Cimmeri,/ avvolti da nebbia e foschia; mai il Sole splendente/ li raggiunge con lo sguardo dei suoi raggi,/ né quando esso sale verso il cielo stellato/ né quando dal cielo allinverso si volge verso la terra;/ ma notte funesta si stende su quei miseri mortali.

La seconda percezione del nord – ovvero quella positiva – è invece strettamente connessa all’elemento luminoso, virtuoso ed austero dei popoli settentrionali, sostanzialmente esemplificato nel mito degli Iperborei, un popolo di esseri perfetti e bellissimi che si diceva vivessero “al di là del vento” (“borea” era difatti il nome del vento proveniente da settentrione), in un luogo sereno e pacifico, esente dalle malattie e caratterizzato dal clima mite. Anche questo mito risale all’antichità greca: fu infatti Ecateo di Mileto (VI sec. a.c.) il primo a nominarli, introducendo così un’idea positiva della nordicità, concetto poi ripreso anche da personaggi quali Pindaro ed Erodoto; tuttavia tale mito aveva radici ancor più antiche, che probabilmente affondavano nel corpus di leggende dei Dori.

Lungamente all’interno della mentalità cristiana, predominante in Occidente per tutta la durata del Medioevo, è stato il primo mito a prevalere: non di rado infatti, già nell’Antico Testamento, il nord  indicava la direzione dalla quale provenivano le disgrazie e gli invasori: “ab aquilone omne malum” (ovvero “dal vento del nord giunge ogni male”; Geremia, 1,14). Anche in epoche successive i Paesi Nordici non hanno goduto di migliore fama, considerati come luoghi isolati ed abitati da giganti e bestie feroci, nelle cui acque gelate risiedevano le più mostruose creature: basti guardare alla Carta marina et Desctiptio septemtrionalium terrarum del 1539 di Olaus Magnus, dove il mare del Nord pare letteralmente infestato da esseri spaventosi. Tuttavia ciò non assunse connotazioni esclusivamente negative ed anzi, rese il settentrione un affascinante Wunderkammer agli incuriositi occhi degli uomini del Seicento. Il concetto del meraviglioso era infatti particolarmente caro all’ideologia del Barocco, caratterizzato da un’assoluta fascinazione verso ogni forma di monstrum, ossia di tutto ciò che era eccezionale e soprattutto diverso, tanto in senso positivo quanto negativo, e certo questo Nord, così lontano e misterioso, aveva tutte le caratteristiche per destare interesse ed ammirazione.

Dettaglio di una mappa del 1597 di Abraham Ortelius, che mostra la raffigurazione del Polo Nord

Un esempio di un paio di secoli successivo (precisamente del 1864) ci mostra invece un tipo di Nord totalmente diverso, raffigurato in modo scientifico e pertanto scevro di miti e leggende: si tratta della dettagliata descrizione dell’Islanda che Jules Verne ci propone nel suo Viaggio al centro della terra, quando il professor Lidenbrock ed il nipote Axel, giunti da Amburgo, si preparano ad affrontare il lungo viaggio il cui punto di inizio è il ghiacciaio Snæfellsjökull, che ricopre il vulcano Snæfel e dentro il quale i due si avventureranno. L’Islanda è una terra caratterizzata da una prolifica e fortissima dimensione favolistica ed il fatto che essa – oltretutto favorita dal clima Romantico che influenzava la maggior parte della produzione letteraria europea del XIX secolo – sia stata tralasciata da Verne a favore della descrizione scientifica e dell’obiettività (più figlia dell’illuminismo secolo precedente) è un fatto peculiare e senz’altro degno di nota.

Giungiamo infine all’epoca a noi contemporanea, ovvero il XXI secolo, dove in definitiva ancora oggi i due miti convivono: i paesi della Scandinavia sono tendenzialmente guardati con ammirazione e costituiscono un buon esempio dal punto di vista sociale, politico ed amministrativo, soprattutto in virtù del fatto che hanno acquisito una forte posizione economica all’interno del panorama europeo. La cultura pop preferisce invece guardare al passato, a partire dai videogiochi a tema mitologico per concludere con gli infiniti mondi fantasy, letterari e non, dove sono sempre presenti riferimenti ai popoli ed alle culture nordiche. Un esempio su tutti, in cui è senz’altro interessante come il tema venga preso in considerazione, lo si trova all’interno della celebre saga di George R. R. Martin, Game of Thrones. Qui non solo viene affrontata più di una volta la questione su “quale sia il popolo più a nord”, in una sorta di puntuale messa in scena delle antecedenti parole di Pope che mostra quanto l’argomento sia sempre attuale, ma viene anche ripetutamente ribadito quale sia l’esatta ubicazione della minaccia più terribile di tutte, che presto giungerà a portare morte e distruzione: ed essa, ovviamente, si trova a Nord.

di Maria Sofia Mazzini

Penisola di Snæfellsnes, Islanda

Bibliografia e sitografia

 

Pope Alexander, An essay on man, 1734, Epistola II, r. 222-226.

Omero, Odissea, libro XI, vv. 12-19.

Peter Davidson, Lidea di Nord, Donzelli Editore, 2005.

Battistini Andrea, Il barocco. Cultura, miti, immagini, Salerno Editore, 2000.

http://storia-controstoria.org/personaggi-e-miti/gli-iperborei-e-il-giardino-delle-esperidi/

About the author

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini è nata a Firenze nel 1992. Si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna e attualmente frequenta il Corso di Laurea Magistrale in Italianistica, Culture Letterarie Europee e Scienze Linguistiche, sempre presso Bologna. Dal 2018 fa parte della redazione di Poesia del nostro tempo, progetto letterario nato dalla rivista Argo.