Lettera di Žiznomir a Mikula. Tu hai comprato una schiava a Pskov. E ora, a causa di questo, la principessa mi ha arrestato. E ora ha garantito per me la družina. E dunque spedisci ora a quell’uomo una lettera, se possiede una [altra] schiava. Ed ecco cosa voglio da te: [che] comprato un cavallo e fattovi salire un uomo del principe, [tu venga] ai confronti. E se non hai preso il denaro, non prendere nulla da lui.

Con poche, asciutte, frasi si apre davanti ai nostri occhi un limpido spaccato di vita russa di quasi mille anni fa. Un documento preziosissimo, ma anche di estrema rarità, visto il supporto sul quale è scritto. Infatti, quella che abbiamo appena letto, è la gramota n° 109, la più antica, forse, fra tutte le gramoty che conosciamo.

Con il termine gramota si intende l’italiano lettera, e più nello specifico una tipologia di documento tipico dell’Asia centrale inciso su corteccia di betulla. In tempi in cui la carta non esisteva ancora, oppure era semplicemente troppo costosa, questa ingegnosa soluzione consentiva di trascrivere in modo veloce un testo, servendosi di materiali facilmente reperibili.

Le prime testimonianze di questa pratica risalgono almeno al I secolo d.C. e costituiscono i più antichi manoscritti buddhisti mai pervenuti a noi: si tratta di testi, redatti in lingua Gandhari, attinenti alla setta Dharmaguptaka e provenienti dall’Afghanistan. Le successive traduzioni di tali mantra in lingua Karosthi proseguono nell’uso della corteccia di betulla, che nella stessa epoca è anche il supporto utilizzato dai bramini indiani, almeno stando alle antiche fonti sanscrite che ce ne tramandano la tradizione (Kalidasa, Sushruta e Varahamihira, attivi fra III e VI secolo d.C.).

Cippi lapidei incisi seguendo l’alfabeto ogamico (Irlanda, V-VI secolo)

È concordemente accettato che si sia utilizzata la corteccia di betulla anche nell’antica Irlanda. Tipici dell’isola sono infatti cippi funerari, perlopiù lapidei, che presentano il tradizionale alfabeto ogamico. Tale alfabeto, altrimenti noto come Triletterale o BeithLuisNion, ha la caratteristica di non avere degli autentici grafemi per esprimere la sfera dei suoni possibili, ma di ottenere le varie lettere con un numero vario di incisioni che possono trovarsi a destra, a sinistra o attraverso la linea che costituisce il fulcro del testo: le poche tracce pervenuteci, al riguardo, datano al V-VI secolo d.C. e constano di circa 380 documenti in pietra (conservatisi più facilmente del legno e della corteccia che altrimenti si utilizzava per facilitare l’incisione dei segni). È indicativo constatare che la prima, fra le uniche tre lettere che compongono l’alfabeto ogamico, sia il Beith, la cui assonanza col celtico Beithe (=Betulla) probabilmente non è casuale.

Le gramoty di Onfim sono forse le più famose a livello mediatico: l’autore di queste diciassette iscrizioni, ricche di disegni, è infatti un bambino di sei o sette anni vissuto nella Novgorod del XIII secolo. Questo dato le rende la più antica forma di arte infantile conservatasi intatta fino ai giorni nostri.

Il 26 luglio del 1951 una cittadina di Novgorod, Nina Fedorvna Akulova, incappò per caso nella prima gramota mentre lavorava come operaia ad uno scavo archeologico organizzato da Artemij Arcihovskij. Questo storico ritrovamento inaugurò una stagione di frenetiche ricerche per tale tipologia di reperto, che confermava una volta per tutte quanto già detto a più riprese nelle antiche cronache ecclesiastiche (in cui si narra di monasteri ricorsi a questo espediente perché troppo poveri per permettersi pergamena o carta) e che dava finalmente un significato alle decine di stili metallici fino a quel momento identificati come chiodi o spilli. Da allora sono state trovate più di mille gramoty, la maggior parte delle quali a Novgorod, ma che vengono alla luce anche in altre zone della Russia (quali Staraya Russa, Smolensk, Torzhok, Pskov, Tver, Mosca, Ryazan, Vologda), dell’Ucraina (Zvenyhorod, Volynia) e della Bielorussia (Vitebsk, Mstislavl).

Le centinaia di iscrizioni novgorodiane coprono un arco di tempo fortuitamente lungo, dall’XI al XV secolo, e si sono potute conservare grazie alle favorevoli condizioni del suolo. La città medievale, infatti, usava lastricare le strade con dischi lignei ricavati dai tronchi i quali, una volta usurati, venivano coperti con un nuovo strato. In questo modo si sono depositati nell’arco dei secoli svariati livelli di materiale ligneo che inglobavano tutti i rifiuti e le scorie lasciate in strada dagli abitanti. Questa pratica, sommata al carattere acquitrinoso del terreno locale, ha permesso la conservazione delle lamine di betulla, che possono essere datate singolarmente con un’approssimazione di circa quindici/venti anni (l’intervallo di tempo entro il quale si preparava un nuovo manto stradale).

Le gramoty successive al ‘400, anche se sicuramente esistite, sono andate perdute con gli interventi di rinnovamento del tessuto stradale praticati nel XVIII secolo dalla zarina Caterina la Grande: infatti le nuove tecniche di drenaggio del suolo, apprese dall’Europa occidentale, se da un lato non alterano l’umidità naturale del terreno, dall’altro permettono però l’ossigenazione (la quale non avveniva nelle strade medievali) e accelerano irrimediabilmente la decomposizione del legno. Gli strati al di sotto del livello del XVI secolo non vennero intaccati dal drenaggio, e pertanto hanno conservato le condizioni di umidità e assenza di ossigeno che permisero alla corteccia di betulla di resistere per secoli, attestandosi ad una profondità di otto metri e oltre.

Solitamente queste strisce di betulla, lunghe una ventina di centimetri e larghe circa la metà, contengono brevi testi di venti parole, anche se non mancano esempi di iscrizioni più lunghe (fino a 176 parole). Nel complesso, rappresentano la più ingente fonte documentaria scritta in russo non letterario, per questo periodo, e superano in numero di parole anche la Russkaja Pravda, la raccolta di leggi consuetudinarie redatta in Russia fra XII e XIII secolo e che conta meno di un terzo delle parole scritte sulle gramoty.

A spiccare, ad una prima lettura degli esperti, furono anche la relativa varietà lessicale (segnale di una cultura di livello) e il fatto che molte iscrizioni fossero opera di donne, che pertanto nella Novgorod basso medievale dovevano poter accedere all’alfabetizzazione in modo diffuso. La lingua in cui sono scritte le gramoty ricopre un grande interesse, dal momento che rappresenta una forma dialettale del russo antico: essa oscilla fra una variante colta, di matrice Kievana e successivamente Moscovita, e una più popolare conosciuta come dialetto nord-occidentale di Novgorod (in cui confluiscono l’antico dialetto nord-kriviciano e quello ilmeno-sloveno).

Il dibattito sull’origine unitaria delle lingue slave orientali è ancora aperto, e in tale contesto il dialetto nord-occidentale di Novgorod è stato indicato ora come lingua a sé, indipendente dal ramo linguistico centro-orientale, ora come variante dialettale di una lingua russa già definita. Oggi si pensa che il dialetto di Novgorod sia andato nel tempo a fondersi con quello della zona di Suzdal’- Mosca, e che con l’emergere di quest’ultima come forza politica egemone fra XIII e XV secolo, si sia costituita una lingua russa più o meno standardizzata (Zaliznjàk).

Jaroslav il Saggio (1019-1054), con in mano la Russkaja Pravda, in un’illustrazione novecentesca di Ivan Bilibin. La più antica edizione conservatasi è nel Sinodico Kórmchaia, un codice novgorodiano del 1282

Alcune gramoty hanno conosciuto, negli anni, una grande popolarità a livello mediatico. Il frammento da cui siamo partiti per descrivere lo sviluppo storico di questa tecnica, la gramota n° 109, rientra fra i documenti più interessanti mai ritrovati a Novgorod, dove si contano innumerevoli lettere private (più di un terzo del totale, dalle lettere d’amore alle richieste d’aiuto, passando per le maledizioni personali e le richieste di matrimonio), commerciali e amministrative. Quella che abbiamo preso in considerazione ha risvolti giuridici di particolare interesse, dal momento che ci descrive una situazione abbastanza tipica che trova riscontro anche nella Russkaja Pravda: intorno al 1100 Žiznomir ha comprato per conto del padrone, Mikula, una schiava che disgraziatamente è stata riconosciuta dalla principessa di Novgorod come una delle sue serve di palazzo. Per questo è stato condannato al carcere ma poi liberato grazie all’intervento della družina (qui da intendersi forse come la corporazione a cui appartiene il malcapitato, e non come la guardia scelta del Principe). La procedura legale stabilita dalla Russkaja Pravda è, a questo riguardo, abbastanza complessa. Il danneggiato (in questo caso la principessa) ha diritto di indagare risalendo fino al terzultimo proprietario illegittimo del bene sottratto e farsi giustizia privatamente. Se entro gli ultimi tre proprietari illegittimi non è riconosciuto un colpevole, l’ultimo della catena può a sua volta collaborare nella ricerca risalendo a sua volta fino al terzultimo possessore dello schiavo prima di lui. Colui che denuncia un furto di questo tipo è inoltre tenuto ad affidare in via temporanea lo schiavo rapito ad un magistrato che, attraverso la catena dei “confronti”, identificherà il ladro. Proprio per questo Žiznomir si occupa di chiedere a Mikula di procurarsi un’altra schiava da mandare alla principessa per la durata dell’intero iter legale, così da ingraziarsene la simpatia, e un cavallo da fornire al magistrato.

Il patrimonio inestimabile rappresentato da questo tipo di documenti non si esaurisce, ovviamente, nei pochi reperti citati, né tantomeno nelle oltre mille gramoty venute alla luce fino ad oggi. Si stima infatti che il suolo nasconda ancora decine di migliaia di queste lettere nella sola Novgorod, e del resto la pratica di incidere la corteccia di betulla per scrivere testi non ha mai smesso di essere praticata.

Al giorno d’oggi è ancora comune trovare la betulla utilizzata come supporto per la trascrizione di mantra indiani e nepalesi, e se un tempo questa tecnica serviva ad ovviare alla mancanza di carte e pergamene (o anche solo per fare economia esercitandosi a scrivere la brutta copia di un manoscritto che poi doveva figurare senza correzioni nei codici miniati), è capitato in tempi recenti che la corteccia si rivelasse un fedele alleato di chi si trovava impossibilitato a comunicare con l’esterno usando mezzi tradizionali.È il caso degli innumerevoli cittadini lettoni e lituani che, fra 1941 e 1956, furono deportati in Siberia dal regime staliniano e costretti a lavorare nei Gulag in condizioni proibitive. L’unico modo per far sapere qualcosa ai cari rimasti a casa, in mancanza di carta, era scrivere lettere servendosi di lembi di corteccia (soluzione adottata tra l’altro anche in altre zone d’Europa dai gruppi partigiani per comunicare fra loro o con la popolazione locale). Le ricerche sul tema delle gramoty novgorodiane sono attive da anni nel campo della divulgazione scientifica di dati ed immagini, anche se al di fuori della Russia l’unico studio di un certo rilievo è quello condotto dal Prof. Schaeken per conto dell’Università di Leida. La storia su carta di questi documenti è dunque ancora largamente da scrivere.

Di Lorenzo Hofstetter

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

“Storia della letteratura russa”, Guido Carpi (Roma, 2010)

“Storia della Russia, Vol. 1”, Valentin Gitermann (Firenze, 1973)

– https://percevalasnotizie.wordpress.com/2016/05/01/novgorod/

– https://www.highbeam.com/doc/1G1-19728985.html#

– http://www.treccani.it/enciclopedia/ogamico/

– http://erikkwakkel.tumblr.com/post/67681966023/medieval-kids-doodles-on-birch-bark-heres

https://it.wikipedia.org/wiki/Iscrizioni_novgorodiane_su_corteccia_di_betulla#CITEREFAndrej_Zaliznjak_1995

http://www.atmina.unesco.lv/page/78

About the author

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter è nato a Brunico, capoluogo storico della Val Pusteria, nel 1995. Cresciuto a Firenze, è qui che al momento studia e scrive. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti (Momenti Visuali; L'Erudita) e ha conseguito la laurea in Storia e Tutela dei Beni Archeologici.