Tra Mito e Realtà

A Greek Portrait

“Lavorato ad Arte”: la storia di Dedalo

Anthony von Dick: Dedalo e Icaro (1630)

L’opera più famosa di Dedalo fu il labirinto, eppure le sue creazioni furono tante e così splendide che i posteri incisero il suo nome nell’arida pergamena del tempo, quel tempo che fugge e che tutto, eccetto la memoria, porta via…

Ma chi fu Dedalo e quale ruolo abbia avuto nella “sua” storia e quale nel rapporto con i posteri, quasi sempre viene celato sotto una spessa patina di mito che fissa la storia a pura fantasia ed immaginazione.

Tante infatti sono le fonti che lo descrivono, spesso contraddittorie, ma possiamo noi discernerne la “realtà” dalla fantasia?

Dedalo, “lavorato ad arte[1]”, figlio di Eupalamo[2] e nipote di Metionide[3] era di stirpe Eretteide, la stirpe reale di Atene che fu tanto illustre nei tempi passati ma che all’epoca, a giudicare almeno dall’occupazione del loro ultimo discendente non sembrerebbe più essere particolarmente importante, ma di questo ne parleremo in seguito.

Le fonti antiche parlano di lui come “l’inventore” per eccellenza: della sega, dell’ascia, del filo a piombo, del mastice, delle vele e soprattutto della scultura, impersonando il primo uomo in grado di plasmare la materia grezza producendone non solo opere d’arte ma Αυτόματα ovvero, cose che si muovono da sole.

Seppur vero è che le fonti, in contraddizione, parlano di Talo, nipote di Dedalo, come dell’inventore della sega, del tornio e del compasso, motivo per il quale l’inclito artista uccise suo nipote gettandolo giù dalla rupe dell’acropoli o da un tempio. A seguito del misfatto l’Areopago[4] lo esiliò o forse fu egli stesso ad abbandonare la città conoscendone le leggi.

Fu così che trovò ospitalità a Creta presso il grande re Minosse, dove passava il tempo a creare per la corte delle splendide bamboline in legno automatizzate e tutto sembrava andare per il verso giusto. La storia però prese una direzione diversa quando la sua abilità fu tale da riuscire ad ingannare un toro.

La moglie del talassocrate[5], infatti, si invaghì di una splendida fiera taurina dal manto bianco e dalle corna rilucenti che per invocazione di Minosse era apparsa dal mare come regalo di Poseidone, per essere sacrificata in onore del dio stesso. Ma il re, tentando di ingannare il signore di tutti gli oceani, nascose il maestoso toro tra il suo bestiame e ne sacrificò un altro. Mai un dio avrebbe sopportato l’affronto di un mortale e, per volontà divina, Pasifae, moglie del re, invaghitasi della bestia, al fine di concedersi in “amore” con il toro “si fa aiutare da Dedalo, un maestro d’arte che era fuggito da Atene a causa di un omicidio. Dedalo costruì una vacca di legno e la pose su delle ruote, dentro la fece cava, le cucì addosso la pelle di una vacca che aveva scuoiato, la collocò nel prato dove il toro era solito pascolare e vi fece salire Pasifae.

Sopraggiunse il toro che si unì a lei come se fosse realmente una vacca.[6]” L’architettonico amplesso avvenne in un campo chiamato Gortys[7] dove, lasciato il marchingegno la donna fu carpita dall’animale divino appena il nostro artista se ne allontanò. Questo passaggio appare di particolare interesse perché Pausania[8] ci dice che il nome Pasifae è un appellativo per Semele (luna).

Il campo dove si consumò l’artificioso amplesso chiamato Gortys indicherebbe, secondo Eisichio, una parola cretese che sta per vacca e questa unione potrebbe indicare un matrimonio rituale tra la luna ed il Sole; testimonianza di ciò sarebbe la presenza a Gortina di una mandria dei buoi del Sole[9]. Il preziosissimo scritto di Pausania che descrive un tempio in Talame di Ino dove all’interno ci sarebbero state delle statue in bronzo di Elio e di Pasifae (altro nome per Semele), specificando qualche riga dopo che il culto di Pasifae non sarebbe un culto della zona è particolarmente interessante.

A tal proposito bisogna notare come Ovidio[10] indichi Minosse non come figlio di Zeus ed Europa, ma di un rapporto con un vero e proprio toro. Le indicazioni pervenuteci da poeti, mitografi e viaggiatori sembrerebbero indicare, eliminando la patina mitica, che Pasifae si fosse effettivamente unita, in un matrimonio rituale, al signore di Cnosso che indossava però una maschera taurina con splendide corna d’oro[11], andando a simboleggiare in tal modo l’unione tra la Luna ed il Sole, unione che il tempo trasformò nel mito che tutti conosciamo.

Nacque così il mostro, il Minotauro:

 

Ma era cresciuto l’obbrobrio della stirpe, l’adulterio turpe/ della madre era svelato dalla novità dal mostro biforme. / Minosse decide di allontanare la vergogna del talamo/ e lo chiude negli intricati meandri di una casa senza uscita. / Dedalo, celeberrimo come architetto, / compie l’opera alterando l’orientamento, / e inducendo gli occhi in errore con mille ambigui percorsi. [12]

È così che Ovidio descrive ciò che accadde in seguito e il nostro artista è chiamato in causa per la costruzione del famigerato Labirinto di Cnosso. Ma facendo un’analisi più approfondita si è notato come la parola che indica il “Labirinto” abbia un campo semantico abbastanza vasto. Andiamo a spiegare meglio; la parola Labrys (Λάβρυς) ovvero “dalla doppia ascia” designava il simbolo della sovranità cretese e ciò ha fatto supporre all’archeologo Arthur Evans, direttore degli scavi a Knossos, che il labirinto non fosse un palazzo costruito ex-novo ma che fosse il palazzo stesso di Cnosso, dunque “labirinto” indicherebbe il palazzo delle labrys[13]. Ovidio la indica come “casa senza uscita” rafforzando ovviamente l’ipotesi che indicasse solo un palazzo ma è più probabile che il riferimento sia solo poetico e che non abbia alcuna valenza storica.

Tuttavia, lo scavo condotto da Evans mostra che il palazzo di Cnosso fosse qualcosa di colossale con una superficie di oltre 22.000 m2 ed una pianta molto complessa che si sviluppava su più piani, abbastanza grande da contenere anche dodicimila persone. I cretesi oltre ad essere grandi architetti ed idraulici, famose sono le tubature del palazzo di grande ingegno tecnologico, erano abilissimi artisti che, tra i primi, dipinsero a freso sulle pareti, ovvero i dipinti a muro che noi chiamiamo affreschi (da qui il nome), che spesso raffigurava giochi con i tori, la cosiddetta taurocatapsia, ed animali considerati sacri.

Si nota facilmente come la presenza taurina è molto consistente e doveva essere ben radicata nella società di allora. Tutto ciò, probabilmente, apparve ai Greci dei secoli successivi come un palazzo intricato e tortuoso tanto da fissare il campo semantico del termine “labirinto” per come noi lo conosciamo. Interessante è anche l’ipotesi del labirinto come “schema di ballo” che doveva essere impresso a mosaico sul fondo della pista (χορός) del palazzo, creata da Dedalo per Arianna dalle belle trecce[14] e che sarebbe stata poi riprodotta su vari vasi indicando appunto uno schema di danza.

Il Minotauro, terribile e feroce bestia che avrebbe abitato questa dimora, dopo che “si pascette due volte di sangue attico, la terza volta[15] fu sconfitto da Teseo[16], mitico semidio ateniese, che lo uccise in duello grazie al filo di Arianna concessogli a causa del furor d’amore che l’aveva carpita. Il filo, creato anch’esso dal leggendario artista, su suo consiglio fu ceduto all’eroe dalla principessa[17]. Teseo successivamente fuggì da Creta insieme ad Arianna per poi abbandonala, o almeno è quello che racconta una versione del mito.

Le fonti spesso parlano di uno scontro che avvenne tra Teseo e Tauro[18], il comandante dell’imponente flotta ed esercito cretese, che perse la vita in uno scontro navale mentre l’eroe fuggiva. Filocoro[19] racconta che Tauro fu sbeffeggiato dall’eroe in un agone, quando Minosse concesse al giovane ateniese di competere contro il suo comandante poiché questo era molto inviso al re a seguito del vociferarsi di un suo intimo rapporto con la regina Pasifae.

A seguito della vittoria di Teseo sul dux cretese, il Talassocrate lo ripagò con la liberazione degli schiavi ateniesi e della città stessa dal tributo novennale. Questa versione dell’attidografo ateniese sembrerebbe modificare la realtà mitica trasportando il racconto su un profilo più storico o per lo meno realistico ed identificando così lo scontro che avvenne tra l’ateniese ed il mitico mostro.

Dedalo, che aveva aiutato indirettamente il figlio di Egeo nell’impresa e nella sua fuga, “riconosciuto colpevole di qualche torto da Minosse, fu gettato in prigione insieme al figlio, ma fuggì da Creta e si recò da Colaco a Ionio, una città dei Siculi;”[20].

Famosa è la prigionia dell’architetto e di suo figlio Icaro[21] che fuggirono mediante l’espediente delle ali fatte di piume e cera che causarono la morte del figlioletto che troppo aveva osato, rapito dallo splendere del sole. Tuttavia Diodoro Siculo[22] riferisce che Dedalo non fabbricò ali ma salpò da Creta con una barca fornitagli da Pasifae e forse fu proprio in quell’occasione che inventò anche le vele, sconosciute ai greci, che gli permisero di fuggire a pel d’acqua dalla maestosa flotta minoica lanciatasi al suo inseguimento. Purtroppo anche in questa versione lo stratagemma non gli valse la salvezza di Icaro, troppo inesperto nella navigazione per salvarsi da una mortale caduta in acqua.

Nel suo peregrinare l’artista ateniese raggiunse molte località del Mediterraneo quali la Sicilia e Cuma fino a concludere la sua storia in Sardegna. Pausania, il viaggiatore asiatico che descrisse la Grecia nel II d.C., parlandoci dell’Heraion di Samo[23] racconta che fu Samilis, figlio di Euclide, a plasmare la statua del tempio e che doveva essere molto antica considerando che l’artista visse al tempo di Dedalo; alcuni paragrafi dopo però[24], parlando del nostro artista e dei suoi viaggi riferisce che, recatosi a Samo, realizzo la statua di Hera.

Evidentemente Pausania era a conoscenza del fatto che  questo sarebbe stato un grossolano errore da parte sua, senonché sembra che il periegeta fosse ben a conoscenza della sovrapposizione artista-Dedalo e dice a proposito di una riconciliazione tra Zeus ed Era:

[…] In ricordo di questa riconciliazione celebrano la festa delle Dedale, poiché gli antichi chiamavano daidala le immagini lignee; ma le chiamavano così – io credo – anche prima che Dedalo, figlio di Palamone, nascesse ad Atene e ritengo che questa denominazione non sia stata imposta a costui fin dalla nascita, ma che si sia trattato di un soprannome derivato dai daidala [25].

La sua fuga dunque si concluse in Sicilia dove Colaco, signore di Camico, lo ospitò. Minosse che non riusciva a darsi pace, lo raggiunse e chiese al sovrano del luogo la restituzione del prigioniero, ma le figlie di Colaco si erano innamorate dell’abile mano dell’artista e volendo salvarlo uccisero il talassocrate durante un bagno. Così si concluse la vita del primo signore dei mari. Clidemo[26] riporta una versione tutt’altro che simile sia della storia di Teseo che di Dedalo, raccontando di una battaglia presso il palazzo di Cnosso tra Ateniesi ed il figlio di Minosse, Deucalione, che portò alla fine dell’astio tra le due potenze; tuttavia lasceremo al lettore la curiosità di scoprire cos’altro le storie raccontano.

La storia della fuga dunque parrebbe celare un avvenimento storico molto importante dell’età del bronzo che l’archeologia ha dimostrato, ovvero l’emigrazione di artigiani cretesi ed in particolare dei fabbri verso occidente e la Sardegna, dove per altro sono state rinvenute delle bamboline in bronzo con le braccia snodabili. Sembra quasi che il mito di Dedalo veicoli in sé l’incipit della storia dell’arte, del commercio e dei rapporti in generale della Grecia; impersonando così l’espansione della cultura Minoica nel Mediterraneo, l’influsso dell’arte cretese in attica e la nascita di quello stile che noi chiamiamo dedalico, per finire forse con la colonizzazione greca della Sicilia e della Magna Grecia.

Come detto in principio Dedalo è descritto come artigiano e quindi inserito nella categoria dei βάναυσοι, termine sprezzante all’epoca dato che gli artigiani, anche i migliori, erano considerati come dei semplici manovali e dunque remunerati come tali. La sua figura però, sembra che nel tempo sia stata elevata prima ad inventore ed artista dai tratti geniali, quasi divini che infine lo elevarono a divinità/culto[27] senza attestarne mai, d’altro canto, la diretta provenienza divina. L’onnipotente artefice infine sembra essere stato assimilato al dio che riusciva a far muovere il bronzo con il sol tocco delle sue mani; forse l’apoteosi della figura dedalica, dal quale la sua arte, lo ha reso il “semidio” dell’artigianato, figlio di quell’Efesto che fu ricacciato dall’olimpo anche a causa del suo rozzo aspetto simile, in parte, a quello degli artigiani.

Lo spatium mythicum greco dunque era così permeato nella società da non permettere, almeno all’inizio, una netta distinzione tra il mito e la realtà, creando, come afferma lo stesso Murray[28], una sorta di continuum, atto alla spiegazione di un qualsiasi fenomeno naturale o di genesi storica, radicato all’interno dell’esistenza stessa di coloro che si chiamarono Elleni.

Sembra quasi che a Dedalo sia stata imputata ogni invenzione e forma d’arte tendendo a renderlo una figura divina sebbene ne sia stata narrata solamente la sua discendenza, per quanto nobile, pur sempre umana.

La volontà di rendere questo personaggio un discendente degli eretteidi, lo potrebbe assimilare indirettamente al più grande personaggio della storia romana: il Cesare che vantando una gens olimpia, sotto l’invidia dei personaggi di spicco dell’alta società romana, inventò una nuova forma di governo plasmando, come Dedalo plasmò il bronzo, la res publica in un impero che si estese e modificò gli equilibri territoriali, politici e filosofici dell’Europa e del Mediterraneo intero.

 

Roberto Melfi

 

 

Citazioni

[1] Δαίδαλος dal verbo Δαιδάλλειν, “lavorar con arte”.

[2] Secondo Apollodoro, Biblioteca, III 15.8. Nome parlante «dall’abile mano».

[3] Secondo Apollodoro, Biblioteca, III 15.8. Nome parlante «ad arte ideatore».

[4] Il tribunale ateniese per gli omicidi.

[5] Così è chiamato Minosse poiché, secondo Tucidide, fu il primo ad avere il dominio dei mari.

[6] Apollodoro, Biblioteca, III 1.4

[7] R. Graves, I miti Greci, 88.7, Milano 1997 che si rifà al commento di Servio sulle Egloghe di Virgilio VI 60.

[8] Pausania, III 26.1.

[9] Commento di Servio a Virgilio Egloghe VI 60.

[10] Ovidio, Metamorfosi VIII, vv. 123-125.

[11] Come ben si può notare dai ritrovamenti archeologici e dall’immagine qui proposta.

[12] Ovidio, Metamorfosi VIII, vv. 155-161.

[13] Labrys (ascia bipenne) + suffisso -into (ad indicare il luogo)

[14] Iliade XVIII, 590.

[15] Ovidio, Metamorfosi VIII, vv. 155 sgg.

Il tributo era stato imposto agli ateniesi a causa della perdita del figlio Androgeo da parte di Minosse che era si era recato ad Atene per i giochi panellenici e, avendo vinto in tutte e competizioni, fu mandato da Egeo ad uccidere il toro di Maratona che da tempo imperversava nell’area. Ma il figlio del signore di Creta non essendone all’altezza ne rimase vittima e da allora ogni nove anni sette fanciulli e sette fanciulle giungevano nell’isola per sfamare il mostro biforme.

[16] Teseo, figlio di Etra ed Egeo, o Poseidone, fu il soggetto di varie imprese fino a quando divenne re di Atene.

[17] Apollodoro, Biblioteca, Ep. 1.9.

[18] Plutarco, Teseo 19. È interessante la ricorrenza della parola toro e della sua presenza, di tipo sacrale e non solo, a Creta.

[19] Filocoro (citato da Plutarco, Teseo 19.4.) fu uno storico ateniese, attidografo, filo-conservatore ed anti macedone con ideali che si rifacevano alla “buon vecchia” Atene.

[20] Pausania, Guida della Grecia, VII 4.6.

[21] Generato da Dedalo con una schiava di corte.

[22] Diodoro Siculo IV 77.

[23] Pausania, Guida della Grecia, VII 4.4.

[24] Pausania, Guida della Grecia, VII 4.6.

[25] Pausania, Guida della Grecia, IX 3.2

[26] Citato da Plutarco, Teseo, 19.8.

[27] Come dimostra la presenza di un santuario nel IV sec. a.C. in Attica dedicato a Dedalo.

[28] O. Murray, La Grecia degli «eroi»: mito, storia, archeologia, in S. Settis (a cura di), I Greci, Storia Cultura Arte e Società. 2 Una storia Greca, 1. Formazione, Enaudi 1996.

 

Bibliografia:

 

  • Murray, La Grecia degli «eroi»: mito, storia, archeologia, in S. Settis (a cura di), I Greci, Storia Cultura Arte e Società. 2 Una storia Greca, 1. Formazione, Enaudi 1996.

 

  • Willers, Dedalo, in S. Settis (a cura di), I Greci, Storia Cultura Arte e Società. 2 Una storia Greca, 1. Formazione, Enaudi 1996.

 

  • Graves, I miti Greci, Milano 1997

 

Fonti:

 

  • Apollodoro, Biblioteca; a cura di P. Scarpi; traduzione di M. G. Ciani; Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori; 2004

 

  • Diodoro Siculo IV, Ed. C.H. Oldfather Londra 1939.

 

  • Ovidio, Metamorfosi Libro VIII, Volume IV; a cura di E. J. Kenney; traduzione G. Chiarini; Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori; 2011

 

  • Pausania, Guida della Grecia, Libro III, La Laconia; testo e traduzione a cura di D. Musti; commento a cura di D. Musti e M. Torelli; Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori; 2008

 

  • Pausania, Guida della Grecia, Libro IX, La Beozia; testo e traduzione a cura di Mauro Moggi; commento a cura di M. Moggi e M. Osanna; Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori; 2012.

 

  • Plutarco, Le vite di Teseo e di Romolo; a cura di C. Ampolo e M. Manfredin; Fondazione Lorenzo Valla Arnoldo Mondadori; 1988

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