Scopo di questa rubrica è da sempre quello di provare a far luce su un particolare tema, servendoci della cultura materiale, illustrandone quindi le problematiche o le implicazioni storiche. In questo senso capita che una domanda, volutamente paradossale, possa fungere da pretesto per lo sviluppo di un discorso. Ad esempio: qual è il nesso, se mai ce n’è stato uno, fra lo Scisma d’Occidente, che dilaniò l’unità della Chiesa fra 1378 e 1417, e l’invenzione del sigaro toscano, a inizio Ottocento? Apparentemente non sembra possano esistere due argomenti più distanti fra loro. Eppure, gli eventi intercorsi durante questi quattro secoli, a cavallo fra i nuovi mondi coloniali e la periferia dello Stato Pontificio, hanno in comune la caratteristica di trasmettere una memoria molto particolare. Si tratta della storia di un minuscolo stato sovrano e di come esso abbia contribuito alla diffusione del principale vizio della moderna umanità: il fumo.

La scoperta del tabacco da parte degli europei, in età moderna, si accompagnò a reazioni contrastanti riguardo la liceità del suo utilizzo. Non mancarono forme di fanatismo e di faziosità, da ambo le parti della barricata. Le virtù terapeutiche di tale pianta erano già conosciute agli abitanti del Perù e dell’Ecuador, all’incirca 18.000 anni fa. Fra i suoi più assidui consumatori si possono storicamente annoverare gli Aztechi e gli Incas (fra i quali pare ne fosse diffusa l’assunzione per via rettale) e non ultimi i Maya, che preferivano inalare i miasmi scaturiti dalla sua combustione. Anche nel resto del continente, tuttavia, il tabacco trovava largo utilizzo. Gli indiani dei Grandi Laghi se ne servivano soprattutto per allontanare gli spiriti maligni, così come gli Tsenacomoco della baia di Chesapeake, nell’attuale Virginia. Fra i primi cristiani ad importare il tabacco nel Vecchio Continente, il primato è probabilmente da riconoscere alla spedizione di Colombo, la quale fece ritorno in Spagna nel 1493. Rodrigo de Xerez, una volta tornato alla natia Ayamonte, destò scalpore per questa curiosa abitudine, che si era portato con sé dalle Indie. È legittimo credere che egli sia stato il primo vero tabagista d’Europa. C’è da dire che in ogni caso, nei territori dell’Impero spagnolo, il tabacco sarebbe stato considerato a lungo come nient’altro che una curiosità.

Sia maledetto Walter Raleigh!
Sir Walter Raleigh (circa 1552-1618) è stato il tipico avventuriero del suo tempo: a volte corsaro a volte poeta, a lui si deve l’esplorazione dell’America Settentrionale, da lui ribattezzata Virginia in onore della regina Elisabetta. Gli è inoltre attribuita l’introduzione della patata e del tabacco in Irlanda. Nella cultura di massa, se ne trova un cenno anche in una canzone dei Beatles, contenuta nel celebre White Album (1968): John Lennon, che in quel periodo combatte con una forte assuefazione da eroina, ci racconta delle sue notti insonni in I’m so tired. Fra una sigaretta e un drink, il cantautore trova anche il modo di maledire Raleigh e il perverso dono da lui fatto all’Europa (I’m so tired, I’m feeling so upset / Although I’m so tired, I’ll have another cigarette / And curse Sir Walter Raleigh, he was such a stupid git).

Sir Walter Raleigh, da parte sua, fece scoprire agli inglesi le gioie del fumo, più o meno nello stesso periodo in cui Jean Nicot (a cui si deve il termine nicotina) si riprometteva di guarire Caterina de’ Medici dalla sua terribile emicrania. L’impatto di Raleigh sulla società elisabettiana fu sconcertante: nel 1614, appena pochi decenni dopo la sua prima, celebre campagna pubblicitaria della Mermaid Tavern di Londra, esistevano, nella sola capitale inglese, ben 7000 stabilimenti per la lavorazione e l’imballaggio del tabacco. Fumare era un’azione malvista da Giacomo I Stuart, successore di Elisabetta, se non altro visto che procurarsi la materia prima era difficile, costoso, e oltretutto “vagamente antipatriottico”: il tabacco era infatti coltivato perlopiù a Trinidad e in Venezuela, colonie dell’odiata Spagna. Di lì a poco, comunque, anche i coloni britannici della Virginia avrebbero dato vita a un proprio mercato nel settore.

Massacro di Jamestown (1622)
La colonia di Virginia (1607) è stata anche il primo luogo in cui gli inglesi abbiano coltivato il tabacco, importato in loco da John Rolfe (1585-1622), marito della celebre Pocahontas (circa 1595-1617). L’insediamento nella regione pare essere stato complicato dai rapporti conflittuali con la Confederazione Powhatan, capeggiata da Opechancanough, che nella primavera del 1622 attaccò Jamestown e ne massacrò un terzo della popolazione.

Le considerazioni che l’establishment del Vecchio Mondo faceva riguardo al tabacco, nel corso del XVI e XVII secolo, mostrano in modo plateale quale potesse essere l’ignoranza degli europei rispetto agli effetti di questa sostanza. In un interessante capitolo del suo Il filo e le tracce, dal titolo La riscoperta degli Sciamani, Carlo Ginzburg riporta alcune di tali dotte testimonianze di allora. Le sue fonti (dalla Historia del mondo nuovo di Girolamo Benzoni alla Primera y segunda y tercera partes de la historia medicinal del sivigliano Nicolás Monardes) concordano nel definire il tabacco una pianta demoniaca, con la facoltà di procurare “immaginazioni e fantasmi” (Monardes) e il cui terribile olezzo farebbe tenere una cauta e debita distanza da chi ne fa uso (“et subito sentito il fetore acuto di questo veramente diabolico e puzzolente fumo – ora è Benzoni a parlare – era forzato a partirmi con gran prestezza et andare in altro loco”). Non meno severo nel giudizio è Gonzalo Fernández de Oviedo, autore della Historia general y natural de las Indias (1535), che non si limita a liquidare questo vizio degli indigeni di Hispaniola come “muy malo” e di natura luciferina, ma azzarda addirittura un’ipotesi sull’origine europea di tale pianta, la quale altro non sarebbe che il narcotico di cui si servivano i Traci nelle celebri descrizioni fatte già anticamente da Erodoto, Curzio Rufo e Pomponio Mela. Quello che ci preme evidenziare è quindi la riflessione che Ginzburg fa sullo strano fenomeno culturale che portò, allora, a demonizzare il tabacco (oggi droga più che tollerata, ed ampiamente usata in tutto il mondo) rispetto ad altre sostanze che nella contemporaneità non godono della stessa indulgenza. Rispetto all’oppio, alla cannabis e alla coca, infatti, lo storico torinese legge nel tabacco una sorta di “vino rovesciato di segno”. Una specie di bevanda non solo sacra ma santa, utilizzata dagli indigeni esclusivamente per culti di tipo idolatrico. Di converso, l’atteggiamento distaccato che le fonti ostentano nei confronti delle altre droghe, deriverebbe dalla percezione che allora se ne aveva come di sostanze inebrianti, volte all’esclusivo consumo personale e domestico. Al di là, perciò, di queste interessanti considerazioni socio-culturali, nate sul solco di un secolo di ricerca antropologica sul tema dell’Altro, resta il fatto che il tabacco giunse in Europa come una novità, ben più ambigua del tacchino o dei pomodori. Anzi, è estremamente significativo considerare come si sia trattato a tutti gli effetti del primo prodotto, commerciato simultaneamente in tutto il mondo, ad aver avuto un successo repentino ed inarrestabile: la varietà nicotiana tabacum, prodotta in Venezuela, già nel 1607 conquistava il sultano moghul di Dheli, seduceva l’aristocrazia giapponese a Nagasaki e si diffondeva rapidamente nei territori della Sublime Porta (Impero Ottomano). Le stazioni da cui si diramava la tratta schiavistica atlantica erano già divenute folli di tabacco (in Sierra Leone), mentre in Manciuria la situazione era diventata così insostenibile da indurre il khan, Hong Taiji, a vietarne l’utilizzo (1635). Stessa cosa accadde più o meno un decennio dopo nello Stato Pontificio, quando Urbano VIII dovette emettere una bolla che ne vietasse l’uso, perlomeno in chiesa (1642).

Vessillo della Repubblica di Cospaia
Negli oltre tre secoli della sua esistenza, la Repubblica di Cospaia (1441-1826) ebbe anche un proprio vessillo, semplice quanto elegante, che si componeva di un campo nero e un campo bianco tagliati diagonalmente. Ad esso si abbinava uno stemma, raffigurante il borgo racchiuso fra i suoi due torrenti, e il motto Perpetua et firma libertas.

La coltivazione della preziosa pianta sembrerebbe aver trovato notevoli ostacoli politici. Ciò nonostante, per quanto attiene all’Italia, è doveroso riportare la storia della minuscola Repubblica di Cospaia, che tanta importanza ebbe, in quei secoli, per la nascita della nostrana tabacchicoltura. Negli anni in cui si svolgeva il Concilio di Basilea, volto a dirimere una serie di controversie incrociatesi all’elezione di un antipapa, Cosimo de’ Medici prestò la somma di 25.000 fiorini al pontefice Eugenio IV. Come pegno a tale somma, il papa cedette alla Repubblica di Firenze il piccolo Borgo di Sansepolcro, nei dintorni dell’agro perugino. Al momento di stabilire i nuovi confini, nessuno sembrò rendersi conto che il torrente Rio, scelto appositamente allo scopo, aveva un omonimo, che scorreva proprio di lì a qualche centinaio di metri.

Manifattura Tabacchi (Firenze)
Nel 1933, data la vetustà dei due impianti di Sant’Orsola e San Pancrazio, il Monopolio di Stato decise di erigere una nuova sede per la Manifattura Tabacchi di Firenze. Il progetto, che rivela subito il suo impianto razionalista, venne preso in carico da Giovanni Bartoli e Pier Luigi Nervi, che ne ultimarono la costruzione nel 1940. Divenuta sede di scontri durante la guerra partigiana (1944), è stata poi dismessa, come sede produttiva, nel 2001.

Lo stato fiorentino considerò frontiera il Rio a nord, i delegati pontifici il Rio a sud: così, per una svista cartografica, nacque il territorio neutrale di Cospaia, i cui abitanti si affrettarono a dichiarare indipendenza (1441). Con la sua estensione, di soli 330 ettari, Cospaia rappresentava un utile cuscinetto fra due stati in competizione: pertanto, nel 1484, i due contendenti ne riconobbero ufficialmente l’esistenza. Non essendo gli abitanti sottoposti alle tasse dei vicini, né tanto meno le merci ad alcun dazio, lo staterello iniziò ben presto a prosperare. Nel 1574 il vescovo di Sansepolcro, Alfonso Tornabuoni, ricevette dal nipote Niccolò dei semi di tabacco, provenienti dal nuovo mondo. L’erba tornabuona – come venne chiamata – iniziò così ad essere coltivata. In un primo momento si puntò soprattutto sulla varietà da fiuto, ma a partire dal 1642 (proprio quando il papa scomunicava i fumatori), il mercato dei tabagisti si accrebbe enormemente, in virtù forse dei divieti (fascino eterno della clandestinità…). Cospaia visse così il suo siglo de oro, amministrata da un consiglio di capifamiglia e dedicandosi alla produzione di tabacco. Questo stato di cose si mantenne almeno fino al 1724, anno in cui papa Benedetto XIII revocò la scomunica a danno dei fumatori, e le merci cospaiesi iniziarono ad essere tassate come qualsiasi altro prodotto agricolo. La suggestiva epopea si concluse nel 1826, quando i quattordici rappresentanti della Repubblica firmarono il proprio solenne atto di sottomissione allo Stato Pontificio. Pare che ogni cospaiese abbia ricevuto, a titolo di risarcimento, un papetto d’argento raffigurante Leone XII. Le vicissitudini territoriali non frenarono, però, un business tanto fertile. Specie in quel momento, alle soglie di un secolo che avrebbe visto la definitiva ascesa del ceto borghese: una classe sociale giovane e dinamica, che amava riflettersi attraverso un qualche tipo di status symbol. E quale miglior segno distintivo, se non una droga che portava il marchio maledetto di una persecuzione secolare, ma che garantiva allo stesso tempo eleganza e charme? Nei territori del Granducato di Toscana, su modello dell’esperienza cospaiese, si crearono allora molte manifatture tabacchi. La leggenda narra che un giorno, nel 1815, un carico di tabacco sia stato accidentalmente bagnato da un temporale, abbattutosi d’improvviso su Firenze. Le foglie furono messe ad asciugare, per farne sigari da vendere poi a basso costo. Il successo del prodotto, con disappunto dello stesso Granduca Ferdinando III, fu immediato. Era nato così accidentalmente, un po’ come la Repubblica di Cospaia, il celebre sigaro toscano.

Di Lorenzo Hofstetter

Miserie del fumo
Il tabacco, divenuto col tempo simbolo di potere e sensualità, è ovviamente anche un pericolo per la salute. In alcune aree del mondo, in particolare, esso influisce pesantemente sulla qualità della vita media. A questo proposito, il caso dell’Indonesia è particolarmente emblematico: un’inchiesta del 2015 ha rilevato che un quarto degli under-15 è avvezzo al fumo. Si parla di un numero che ammonta a circa un milione di individui, fra i quali bisogna inoltre considerare i 225.000 bambini impiegati nelle piantagioni di tabacco. Ha destato scalpore, nel 2010, il caso di Ardi Rizal: un bambino di soli due anni, nativo di Sumatra, che già fumava quaranta sigarette al giorno.

BIBLIOGRAFIA

– ERIC BURNS, “The smoke of the Gods – A Social History of Tobacco” (Temple University Press, 2007)

– CHARLES C. MANN, “1493 – Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo” (Mondadori, 2011)

– CARLO GINZBURG, “Il filo e le tracce – Vero Falso Finto” (Feltrinelli, 2015)

– GRAZIANO GRAZIANI, “Atlante delle micronazioni” (Quodlibet, 2015)

– Reportage della fotografa canadese Michelle Siu sul fumo in Indonesia (2014-2015): http://www.michellesiu.com/marlboroboys

– Ascolta I’m so tired, The Beatles: https://www.youtube.com/watch?time_continue=6&v=7cqHtGb9WYM&feature=emb_logo

(Testo: https://genius.com/The-beatles-im-so-tired-lyrics)

About the author

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter è nato a Brunico, capoluogo storico della Val Pusteria, nel 1995. Cresciuto a Firenze, è qui che al momento studia e scrive. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti (Momenti Visuali; L'Erudita) e ha conseguito la laurea in Storia e Tutela dei Beni Archeologici.

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