“La battaglia di Ponte Milvio” di Gianfrancesco Penni (1496-1528)

Come ogni grande fenomeno storico, anche la diffusione su larga scala della fede cristiana trova le sue date di riferimento. I trecento anni che intercorrono fra la battaglia di Ponte Milvio, con annessa la presunta conversione di Costantino (312), e la morte di papa Gregorio Magno (604), rappresentano uno spartiacque fra un’antichità ecumenica, romana, e un medioevo europeo, caratterizzato da forte frammentarietà politica e religiosa. In tale intervallo di tempo assistiamo ad uno sconvolgimento dell’assetto politico-sociale dei popoli mediterranei, con mutamenti, dalle ricadute economiche, di non poca portata (come ad esempio l’estendersi del latifondo sino al pieno formarsi dell’economia curtense e la progressiva ruralizzazione del territorio, specie in Occidente). A cambiare è l’organizzazione statale, mentre si consuma il divario fra pars Orientis e pars Occidentis.

Nei primi secoli di vita, il cristianesimo si diffonde perlopiù in Oriente, seguendo la rete delle sinagoghe nei grandi centri dell’Impero. Ad esportare il Vangelo sono, in questa fase, soprattutto predicatori itineranti, viaggiatori e mercanti. Essi si servono delle principali vie di comunicazione marittime, attive fin dai tempi delle dinastie ellenistiche, che costeggiano il Levante, e delle vie di terra che congiungono l’Anatolia con la Mesopotamia, l’Egitto con le Colonne d’Ercole, Roma con le varie provincie.

La diffusione del cristianesimo approfitta, dunque, della prosperità di queste vie di comunicazione almeno fino all’età dei Severi. Con la crisi del III secolo la mobilità del nuovo credo subisce una battuta d’arresto, a causa sia del peggioramento nei collegamenti sia delle varie persecuzioni che colpiscono i cristiani (soprattutto sotto Decio e Valeriano), ma si attesta con più sicurezza in alcune regioni. Ai tempi dell’imperatore Gallieno (260-268) il cristianesimo è già maggioritario in Palestina e Frigia, e ha già un timido seguito in Occidente, perlopiù nella Gallia meridionale, lungo il Rodano, e nella penisola iberica. All’indomani della persecuzione dioclezianea, la regione occidentale più fittamente cristianizzata è l’Africa, dalla Byzacena alla Mauretania Caesariensis.

In Oriente, a questo punto, l’espansione del cristianesimo è inarrestabile: dall’Egitto giunge infatti in Etiopia con Edesio e Frumenzio, mentre è dichiarato religione di stato in Armenia (305). L’impero sasanide tollera il cristianesimo fino al 340, quando Shapur II, strenuo difensore del mazdeismo, non si convince che tutti i cristiani parteggino per l’Impero Romano, dando inizio ad una sanguinosa repressione passata alla storia come il grande massacro. Anche l’Italia conosce un’antica diffusione del cristianesimo, specie nelle grandi città (Roma, Milano, Aquileia, Verona, Bologna, Brescia, Siracusa…).

Al concilio romano del 313, presieduto da Milziade, prendono parte già una quindicina di vescovi. L’Editto di Tolleranza emanato nel febbraio di quello stesso anno, sebbene sembri allora un azzardo, fa presto risultare evidente che le condizioni socio-economiche dell’Impero Romano sono di fatto favorevoli al successo della nuova religione, ed è forte la tentazione, fra i suoi adepti, di vendicare le recenti persecuzioni inaugurando un periodo di politica aggressiva, sia in campo culturale che in quello sociale.

Il gallo e la tartaruga, dai mosaici paleocristiani di Aquileia (IV secolo): nell’iconografia del tempo questa diade rappresenta lo scontro fra il Bene (il gallo che canta al primo sole del mattino, la Luce di Cristo) e il Male (tartaroukos = “abitante del Tartaro”)

L’odio verso i pagani traspare nelle opere di storici di questo periodo come Lattanzio (De mortibus persecutorum) e, soprattutto, Eusebio, l’inventore delle cronologie comparate (esercizio d’erudizione volto a dare al cristianesimo quella dignità storica che gli avversari gli negano). Il conflitto decisivo fra cristianesimo e paganesimo si consuma sostanzialmente in questo IV secolo, a partire dal 313 e fino al 395, quando la morte di Teodosio il Grande innescherà una crisi politica tale da favorire le sempre più massicce incursioni barbariche e incrinare momentaneamente la posizione della Chiesa: sarà questa l’ultima possibilità, per i pagani, di recuperare terreno, ma la situazione delineatasi nei cruciali decenni precedenti darà infine ragione ai cristiani.

È ormai assodato che il mutamento religioso consumatosi in questi anni coincida con un mutamento sociale di largo respiro, che porta ai vertici del potere e dell’influenza uomini appartenenti a ceti medi e bassi. La società fluida del IV secolo deriva direttamente dalla crisi del secolo precedente: guerre, carestie, pestilenze e inflazione portano, a metà III secolo, le classi sociali meno abbienti a muoversi in cerca di un miglioramento delle condizioni di vita. Il primo segnale del processo in atto è dato dalla mobilità dei contadini, che provvedono al 90% della produzione dell’Impero, i quali lasciano le terre a cui da secoli sono destinati in cerca di nuovi padroni che possano rispondere alle loro esigenze anche in tempi di crisi. Questo fatto è motivo di grande preoccupazione per le istituzioni, dal momento che la tassa pro capite si basa sull’idea che i contadini censiti rimangano sempre nello stesso terreno, sostituiti a tempo debito dai figli.

Questa mobilità caratterizza anche altri strati della società, come ad esempio i minatori, e non risparmia nemmeno l’esercito: la carriera statale, più facile e lucrosa, si offre ai figli di veterani come alternativa ben più rosea della vita militare. Tale situazione sembrerebbe quindi essere alla base dei provvedimenti, adottati in età dioclezianea, che vincolano i cittadini alla propria terra o al mestiere paterno. La conseguenza forse più pesante dell’anarchia militare, nonché della crisi economica, è probabilmente la creazione, promossa da Diocleziano, di una nuova nobiltà: quella dei funzionari imperiali di estrazione medio-bassa. In questo modo, Costantino e i suoi successori non dovranno fronteggiare un’aristocrazia ereditaria gelosa delle proprie tradizioni (religiose ma non solo) e ferma sulle proprie posizioni, ma avranno a che fare con una nobiltà più ossequiente e fedele.

Questo ci porta ad un nodo cruciale: il successo del cristianesimo, oltre a dipendere dalle motivazioni socio-culturali tradizionalmente citate (il forte appeal esercitato dal messaggio cristiano sulle masse più povere ed emarginate, l’escatologia, la perdita di fiducia negli dèi tradizionali con la crisi del III secolo), sembrerebbe derivare dall’ottima organizzazione ecclesiastica, che approfitta della nuova struttura data all’impero da Diocleziano. È infatti lui a superare, alla fine del III secolo, l’antica organizzazione in provincie di età augustea, introducendo le diocesi. Esse sono dodici, ciascuna retta da un pretore vicario, e quando, ai tempi di Costantino e dei suoi successori, il tessuto amministrativo dell’Impero comincia a incrinarsi, spesso a riempire il vuoto di potere sono proprio i vescovi cristiani.

Le dodici diocesi in cui Diocleziano (284-305) suddivide l’Impero

A differenza di quanto avviene nei culti pagani, in cui le cariche sacerdotali sono solitamente temporanee e svolgono una funzione civica, il vescovo cristiano si delinea fin da subito come capo assoluto della comunità, eletto dai fedeli stessi come guida spirituale e sociale.

La Didascalia siriaca (III secolo) fa, a questo proposito, un’illuminante descrizione del vescovo ideale: egli deve essere un uomo maturo, di retti costumi, coniugato a una sola moglie e rigorosamente cristiana; egli deve essere, inoltre, alfabetizzato, meglio ancora colto. Questo fatto, che di per sé contraddirebbe lo spirito egualitario del cristianesimo, denota l’esigenza, sempre più marcata, di figure che si sovrappongano, e anzi si sostituiscano, all’amministrazione imperiale, svolgendo delicati compiti di conciliazione e mediazione. Nessun sacerdote pagano ha mai avuto un ruolo tanto importante nella comunità di riferimento. Si capisce bene, a questo punto, come nell’Occidente in piena crisi politica possa essere emersa l’utilità di dotti e preparati uomini di chiesa.

Dalla fine del IV secolo il mondo occidentale è indotto a organizzarsi in risposta al declino dell’autorità statale e alle invasioni barbariche, mentre in Oriente il clero deve continuamente scontrarsi con una forte struttura imperiale. I vescovi orientali vengono spesso reclutati dai ranghi dei curiales, mentre in Occidente, spesso, provengono direttamente dal vecchio tessuto amministrativo. In linea di principio, tutti i vescovi detengono la stessa importanza, ma alcuni, impegnati nella cura di una diocesi più grande, delicata o importante, possono ricevere il titolo di arcivescovo.

Già a partire dal III secolo, ad opera soprattutto di Cipriano, viene elaborato il concetto di cathedra Petri, di un episcopato, cioè, affidato da Gesù Cristo esclusivamente a San Pietro e, quindi, ai suoi successori romani. Il primato di Roma, che sarà alla base della successiva teologia dell’Europa latina, è già evidente sotto Giulio I (337-352), a causa del disinteresse dei figli di Costantino per la politica ecclesiastica. Ma è con Damaso (366-384), asceso al soglio pontificio dopo gravi scontri con Ursino (e grazie all’intervento di Vivenzio e Pretestato), che inizia a delinearsi una vera e propria politica papale, portata avanti fanaticamente da Innocenzo I (402-417).

Il processo che svilisce l’autorità imperiale per dare maggior peso al pontefice romano, si consuma a fasi alterne per il V, il VI e il VII secolo (culminando alla fine nella Donazione di Sutri, 728): quando poi, nel 568, i Longobardi arrivano in Italia abbattendo l’instabile unità ritrovata con la Guerra greco-gotica (535-553), esso rivela già tutta la sua portata. Papa Gregorio Magno (590-604), con la sua politica di accordi, mediazioni e relazioni più o meno cordiali col nemico alle porte di Roma, sancisce in modo definitivo il primato papale, sia a livello religioso che politico, sull’Italia. A distanza di tre secoli dall’Editto di Tolleranza, il cristianesimo è intanto arrivato a coinvolgere tutti gli aspetti del vivere civile, sociale e culturale dell’antico Impero.

Di Lorenzo Hofstetter

 

Bibliografia

“La Chiesa tra Oriente e Occidente” terzo volume di “Storia della Chiesa” diretta da H.Jedin (Milano, 1983)

“Religione e società nell’età di Sant’Agostino”, P. Brown (Torino, 1975)

“Storia del cristianesimo – L’Antichità” a cura di G. Filoramo e D. Menozzi (Bari, 2010)

“Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo”, a cura di A. Momigliano (Oxford, 1963)

 

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