Campo di Zafferano a Pampore, India.

Il giardino ha rappresentato nel tempo il desiderio dell’uomo. Egli ha sempre provveduto a ricercare nel mondo che lo circonda le vesti necessarie per coprirsi e per ripararsi dal freddo e dal caldo eccessivo, appagando così il desiderio di vestirsi. Secondo studi recenti, infatti, l’Homo Erectus, utilizzava le pelli degli animali per coprirsi.

Non appena Adamo ed Eva ebbero gustato il frutto della conoscenza “aprirono gli occhi tutti e due e si accorsero di essere nudi”; a quel punto si racconta che “il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelliccia e li vestì”.

Una volta abbandonate le pelli degli animali, l’uomo passò all’uso degli intrecci vegetali. Utilizzando le fibre vegetali egli diede vita a tessuti. Con la scoperta della filatura riuscì a trasformare tale fibre, come il cotone, il lino, la canapa, in intrecci da utilizzare per vestirsi. Questi servivano per coprirsi ma anche per darsi un tono, cosicché nacque la moda. I tessuti ebbero con il tempo trame sempre più complesse e si cominciò a colorarle.

Costume tradizionale di San Polo Matese (CB)

Con il tempo la religione svolse un ruolo fondamentale tra gli uomini. Il vestirsi divenne un senso di rispetto nei confronti delle divinità e dell’essere umano maschile. Nella lettera ai Corinzi di Paolo si parla dell’origine dell’uso del velo nelle comunità cristiane in relazione all’idea di pudore delle donne. Effettivamente da quasi duemila anni le donne “occidentali” cristiane, e poi anche mussulmane, portano il velo per questo motivo. Velo che tra i cristiani è scomparso nella prima metà del Novecento.

Nell’Occidente odierno si possono trovare donne che portano il velo in paesini europei, come Orgosolo, in Sardegna, noto per il fenomeno del banditismo, dove le donne che vestono l’abito tradizionale coprono il capo con un velo di seta che ha una colorazione giallo ocra dovuta all’utilizzo dello zafferano. Un colorante molto costoso, chiamato “l’oro rosso”, ma utilizzato da secoli sull’isola, principalmente come alimento. Lo zafferano viene prodotto in Sardegna e bollato con il marchio D.O.P. per la sua unicità e importanza.

Crocus Sativus L.

A. Fiore di Crocus Sativus L.; B. Fiore di Crocus Cartwrightianus H.. Tratto da: Grilli Caiola, M., & Canini, A. (2010). Looking for Saffron’s (Crocus Sativus L.) Parents. Functional Plant Science And Biotechnology.

Meglio noto agli studiosi come Crocus Sativus L., lo zafferano è una specie vegetale a fioritura autunnale, sconosciuta come pianta selvatica e da sempre coltivata. Alcuni studiosi suggeriscono che il suo antenato sia la specie “cartwrightianus”, ampiamente coltivata in Grecia e a Creta. Il fiore ha una colorazione violacea che presenta al suo interno la parte “maschile” e “femminile”, quest’ultima è composta dagli stigmi, struttura riproduttiva della pianta che riceve il polline. La pianta di Crocus Sativus L. persiste come clone vegetativo, infatti esso si riproduce per via di bulbi, come i tulipani. La pianta di zafferano, difatti, è una pianta sterile, per il fatto di essere triploide, poiché essa è il risultato di una lunga selezione da parte dell’uomo. L’evoluzione, di fatto, ha formato una pianta che ha caratteristiche più favorevoli per il suo utilizzo. La droga è costituita dagli stigmi, messi in commercio come tali. Oggi lo zafferano viene coltivato in quasi tutto il mondo ed ha come centri principali di coltivazione l’Iran, la Grecia e la regione asiatica del Kashmir.

Coltivazioni nelle campagne di Torbat Heydariyeh, Iran. (AP Photo/Ebrahim Noroozi, File)

L’uso della droga nella storia

Le fonti archeologiche ci datano il primo utilizzo dello zafferano nelle caverne dell’Iraq, dove gli uomini di 50 mila anni fa, lo utilizzavano come pigmento. La prima testimonianza della coltura e l’uso terapeutico della droga si ha nell’Età del Bronzo nelle isole egee. Nel palazzo di Knosso a Creta è presente un dipinto, in cui vi è rappresentata una scimmia blu che raccoglie zafferano. Questo attesta la coltura dello zafferano, e l’uso delle scimmie per la sua raccolta.

Si hanno, inoltre, una serie di dipinti ad Akrotiri, antica città portuale situata sull’isola di Thera, oggi Santorini. Città distrutta e sepolta dall’eruzione del vulcano di Santorini del 1628 a.C., e riportata alla luce negli anni ’60 del Novecento, identificata per questo la “Pompei” dell’Egeo, ma anche la vera “Atlantide”.

Ricostruzione degli affreschi presenti nella Xeste 3 in relazione con i loro piani. Tratto da: Ferrence, S., & Bendersky, G. (2004). Therapy with Saffron and the Goddess at Thera. Perspectives in biology and medicine.

Figure femminili presenti negli affreschi di Thera

L’affresco si struttura su due piani. Il dipinto sul livello più alto raffigura una figura femminile centrale, quasi a grandezza naturale circondata da un paesaggio bucolico, colmo di zafferano. Alle spalle della donna è presente un grifone che si alza su due piedi verso questa figura.

PArticolare in cui la scimmia offre gli stigmi alla figura femminile

Davanti a lei una scimmia blu le offre una piccola quantità di stigmi di zafferano, presi nel cesto posto davanti a sé. Dietro la scimmia una donna sta guardando la scena mentre versa gli stigmi raccolti in un cesto. Dietro il grifone un’altra donna porta con sé un canestro con altri stimmi raccolti. Sul livello più basso il racconto continua e due giovani donne stanno raccogliendo gli stimmi. Ci sono poi tre figure femminili, separate da una parete nella quale vi è dipinto un edificio coronato da una serie di corni. Una figura è interamente decorata con lo zafferano, quella centrale sembra ci si stia medicando il piede, mentre l’ultima figura sta andando verso l’edificio.

Questi dipinti sono tra i più discussi della storia dell’arte egea dell’età del Bronzo. L’artista di questi affreschi si concentra molto sullo stigma della pianta. Questa concentrazione sull’apparato riproduttivo della pianta ha suggestionato gli archeologi, i quali pensano che ci sia un collegamento con l’apparato riproduttivo femminile. Non a caso le figure presenti sono donne, e in più è presente un personaggio interpretato come una divinità femminile. È evidente che lo zafferano è il protagonista di tutta la scena.

Questo affresco ci testimonia l’uso farmaceutico della pianta già nell’età del Bronzo. La prima menzione scritta dello zafferano è in un dizionario assiro di botanica, che viene datato durante il regno di Assurbanipal (668 – 633 a.C.). Frequenti sono le menzioni sui testi greci e romani del suo utilizzo farmaceutico e anche come essenza. Anche in Oriente è testimoniato il suo uso attraverso libri tibetani risalenti al 400 a.C..

Nei testi della medicina egiziana e mesopotamica lo zafferano viene menzionato per usi terapeutici ostetrico – ginecologici. Studi moderni hanno confermato che la pianta di Crocus Sativus L. contiene dei principi attivi che regolano le mestruazioni e incidono sulla fertilità e il parto. Ecco che la suggestione degli archeologi ha visto nella figura femminile rappresentata nei dipinti di Akrotiri, la dea della guarigione.

Particolarità della figura femminile centrale negli affreschi di Xeste 3 a Thera

L’uso medico che si è fatto nelle epoche passate è molto vario, e diversi sono gli studiosi che ne fanno menzione nei loro scritti per medicine e profumi. A Creta si utilizzava anche per aumentare il fascino femminile, era solito fra le donne di lasciare scoperto il seno, sostenuto da pettiere in oro e in argento, con i capezzoli e le labbra colorati di zafferano.

Ovidio nelle sue Metamorfosi narra la storia dello Zafferano a suo modo. Egli ci riferisce che tanti anni fa viveva una ninfa di nome Smilace innamorata di Crocus, che a sua volta amava Smilace. Gli Dei erano contrari a questa relazione poiché lei era immortale mentre lui era un semplice uomo. Alla fine, Crocus si suicidò per la disperazione, perché gli dei fecero di tutto per separare i due. Smilace disperata per la perdita del suo amante impazzì, e gli dei trasformarono i due fanciulli in due piante. Lei in Smilax Asperea L., e lui in Crocus Sativus L., simboli entrambe dell’amore.

Da sempre lo zafferano ha occupato gran parte delle stive delle navi che solcavano il Mediterraneo. I Fenici iniziarono a commerciare lo zafferano da subito in tutto il Mediterraneo, trasportando dal porto di Tiro le stoffe, iniziando così la tradizione nel colorare i panneggi con questa specie vegetale. Cominciarono a nascere coltivazioni di Crocus Sativus L. in tutti i territori che affacciavano sul Mar Mediterraneo. L’utilizzo, poi, continuò nel corso di tutta l’epoca antica.

In Europa, con la caduta dell’Impero Romano si perse la coltura dello zafferano, che fu reintrodotta solamene grazie agli arabi, i quali diedero il nome a questa pianta, infatti zafferano deriva dall’arabo zaʻfarān (زعفران) (da aṣfar (أَصْفَر), che significa “giallo”).

Nel XIV secolo lo zafferano, sebbene fosse costoso e raro, era molto richiesto. La domanda aumentò in maniera vertiginosa a causa delle applicazioni medicinali della pianta per reprimere la peste nera del ‘300. Nel Medioevo i mercanti fiorentini, genovesi, milanesi e veneziani acquistavano questa droga dagli “Abruzzi”. In questa regione la coltivazione del Crocus Sativus fu introdotta nel ‘300 dal padre domenicano Domenico Santucci, che riportava i bulbi dalla Spagna, dove era al servizio della Santa Inquisizione. Ovviamente con l’aumento della domanda iniziarono ad importare questa droga dall’Oriente.

Coltivazione di zafferano in Abruzzo

Il commercio dello zafferano rese estremamente ricchi e potenti i mercanti, e la coltivazione venne amplificata in tutta Europa. I pirati che scorrazzavano per il Mediterraneo iniziarono a preferire lo zafferano all’oro. Le grandi piazze dei commerci internazionali furono Basilea e Norimberga, dove lo zafferano confluiva.

I veneziani avevano il loro dominio sul commercio marittimo mediterraneo, trafficando varietà dalla Sicilia, Francia e Spagna, Austria, Creta e Grecia, e dall’impero ottomano. Anche allora i prodotti venivano adulterati con altre sostanze. Nel corso del XIV e XV secolo, nacquero grandi coltivazioni in Francia e in Inghilterra. Con l’arrivo di nuove colture dall’America, l’élite da sempre interessata allo zafferano preferì investire su altro, come il cioccolato, il caffè e la vaniglia. All’alba della rivoluzione industriale il commercio delle droghe si incentrò su altre specie vegetali. La coltivazione del Crocus Sativus prevalse dove la raccolta dello zafferano faceva parte della società, sud della Francia, Italia e Spagna.

Sardegna e zafferano

In Sardegna la coltivazione è rimasta sempre viva dal ‘300. Come abbiamo già detto lo zafferano fu introdotto dai Fenici nell’isola e i Romani ne fecero un largo uso, come è testimoniato da iscrizioni latine che vedono lo zafferano una pianta comune.

Ricostruzione del sepolcro cagliaritano. Grotta delle vipere

A Cagliari il Crocus è legato ad una struggente storia d’amore del I e II secolo a.C.. Situato alle pendici del colle Tuxiveddu, un momento funerario ospitava la famiglia della nobildonna romana Atilia Pomptilla e del marito Lucio Cassio Filippo. Le iscrizioni sulle pareti permettono di ricostruire la storia dei due coniugi. Sono presenti sulle pareti iscrizioni che riportano poesie in greco e in latino che esaltano la figura femminile di Pomptilla, che offrì in voto la sua vita agli dei in cambio della guarigione del marito colpito dalla malaria. Il suo sposo guarì, gli dei avevano ascoltato le preghiere della giovane donna, ma ella si ammalò e morì poco dopo. Filippo fece erigere il mausoleo per sua moglie. E fece incidere queste parole:

Possano o Pomptilla queste tue ceneri
fecondate dalla rugiada
essere trasformate in gigli ed in
verdi fronde ove sbocci la rosa
e risaltino il profumato zafferano ed il
semprevivo amaranto.
Possa tu diventare ai nostri occhi
il fiore della primavera
affinché abbia come Narciso,
questo oggetto di lacrime eterno.
Ma se Pomptilla sacrificò se stessa
per l’amato sposo, Filippo, vivendo suo malgrado,
brama ardentemente di vedere presto riunita
la sua anima a quella
della più dolce delle spose.

Ma la prima testimonianza del commercio della droga in Sardegna si ha nel XIV secolo, con il Regolamento del porto di Cagliari del 1317 (Breve Portus), che contiene una norma per disciplinare l’esportazione degli stimmi dalla Sardegna. Nel corso dei secoli la coltivazione dello zafferano crebbe ulteriormente. Finché nell’Ottocento si consolidò la coltivazione nel Medio Campidano. Gli stigmi della pianta venivano e vengono impiegati per le sue qualità aromatiche, medicinali e per la tintoria della seta e del cotone. Oggi la zona di produzione dello Zafferano di Sardegna DOP si trova nei territori di San Gavino Monreale, Turri e Villafranca. Il Crocus viene utilizzato in diverse pietanze della cultura culinaria sarda, dalla Fregola alle Pardulas.

Il caso di Orgosolo

Su ermeddu. Orgosolo (NU)

Ad Orgosolo, lo zafferano è impiegato, come era solito per i Fenici, per tingere il tessuto che va a formare Su Lionzu, cioè il fazzoletto che portano le donne per coprire il capo. Inoltre, in questo paese barbaricino si tramanda da tempo la tradizione della bachicoltura. Il baco da seta “su ermeddu” viene allevato nelle campagne orgolesi per poi ricavarne la seta.

Su Lionzu. Orgosolo (NU)

Un tessuto totalmente sardo, fatto di seta sarda e colorato di zafferano sardo, due specie selezionate da parte dell’uomo, e quindi uniche nelle loro caratteristiche. Il costume femminile è un insieme di colori vivaci e contrastanti. Molto interessanti sono i disegni stilizzati del grembiule, mentre il costume dell’uomo ha un carattere molto più sobrio. Particolarità dell’abito maschile è il giubbetto “su zippone”, indossato aperto o chiuso, di panno rosso, nero e azzurro con bordature dorate.

 

Costume tradiionale di Orgosolo (NU)

Vestire il costume sardo rappresenta il carattere profondo di un antico modo di vestire degli abitanti delle diverse comunità. L’abitante vuole, per primo, comunicare la provenienza, secondo le caratteristiche particolari di ogni paese, e ne rivela l’estrazione e lo stato sociale. Ogni costume è un pezzo a sé, con peculiarità, colori e forme che seguono regole comuni nel disegno e differiscono nelle particolarità: costumi per uomini e per donne, per le feste e per tutti i giorni, per i ricchi e per i poveri, per i pastori e per i pescatori, per le donne sposate, per le nubili e per le vedove.

 

Siamo partiti dal desiderio dell’uomo di vestirsi per trattare infine dell’oro rosso. Ho scelto di parlare dello zafferano poiché il suo nome evoca luoghi, persone e tradizioni. Riuscire a formare un rapporto fra la botanica e l’antropologia è l’obiettivo di questa rubrica. Abbiamo da sempre utilizzato tutte le piante per diversi scopi e vediamo, in questo caso, come una sola specie vegetale nasconda dietro di sé una lunga storia e come sono svariati i suoi impieghi, plasmando così un legame stretto tra essere vegetale e essere umano, legame che viene riproposto in tutte le nostre azioni correnti.

Di Fabrizio Ferritto

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