Nella prima metà del XVII secolo l’Europa centro-settentrionale è scossa da una delle peggiori guerre mai combattute sul continente. La rivolta scaturita in Boemia dall’imposizione imperiale di un principe cattolico al posto dell’elettore palatino Federico V, di fede luterana, degenera nella celebre defenestrazione di Praga (1618), che tradizionalmente inaugura la cosiddetta Guerra dei Trent’anni (1618-1648).

La Defenestrazione di Praga, qui immortalata dall’incisore svizzero Matthäus Merian il Vecchio (1593-1650), non è in realtà un caso isolato nella storia ceca. Si parla infatti di quatto diverse defenestrazioni accorse in varie epoche: la prima fu quella del 1419, che inaugurò un’epoca di scontri fra la Chiesa e l’eresia hussita, la quale verrà inaspettatamente riconosciuta dal Concilio di Basilea (1431). La seconda avvenne poco dopo, nel 1483, quando gli hussiti radicali uccisero con le consuete modalità il borgomastro e il suo consiglio. L’ultima defenestrazione fu quella del ministro degli esteri cecoslovacco Jan Masaryk, nel 1948. Nonostante per anni abbia prevalso la teoria del suicidio, recentemente la polizia di Praga ha riconosciuto la responsabilità del governo comunista di quegli anni (2004).

Si tratta di un conflitto a cui prendono parte le maggiori potenze europee e che, da diatriba religiosa in seno al Sacro Romano Impero, si evolve progressivamente in guerra per l’egemonia politica e militare sull’Europa. Il bilancio, a conclusione di tale evento, è allarmante e gravido di conseguenze per i secoli successivi della storia europea.

Da un lato i territori dell’attuale Germania si vedono dissanguati della propria popolazione (le vittime della guerra sarebbero state pari al 15-20% della popolazione totale, anche se stando a storici quali Scherr, il crollo demografico sarebbe stato ben più pesante, riducendo la popolazione complessiva del paese da  circa 17 milioni a soli 4 milioni di abitanti), dall’altro la Pace di Westfalia stabilisce nuovi confini per gli stati, che in molti casi sono addirittura definitivi e perdurano fino ad oggi.

Gustavo II Adolfo Vasa, re di Svezia dal 1611 al 1632, è uno dei personaggi storici più amati dagli svedesi. La sua tragica morte in battaglia a Lützen, contro l’acerrimo nemico Wallenstein (l’eclettico generale asburgico che di lì a poco verrà fatto uccidere proprio per volere dell’imperatore Ferdinando II), porrà un freno alle mire espansionistiche della Svezia, che rimane però la potenza egemone nel Mar Baltico fino al 1721, quando un altro grande sovrano, Carlo XII, muore al termine della cosiddetta Grande Guerra del Nord. Il XVIII secolo vede la definitiva ascesa della Russia.

Uno dei paesi che si è distinto maggiormente, nel corso di tale conflitto, è la Svezia. Retta ai tempi da uno dei sovrani più brillanti e rivoluzionari dell’epoca, Gustavo II Adolfo Vasa, essa ha modo di espandersi al punto di raggiungere la piena egemonia sul Mar Baltico e, per un periodo più effimero, di conquistare vasti territori nella Germania meridionale.

Ad animare tale spinta propulsiva è il giovane re, salito al trono appena diciassettenne (1611), che passerà alla storia per la riforma militare attuata nel 1621, la quale renderà l’esercito svedese l’archetipo ideale dell’esercito nazionale successivo. Egli è infatti il primo ad introdurre nel proprio paese la coscrizione, reclutando sudditi svedesi accomunati da lingua, cultura e religione. In questo modo egli intende unificare un esercito professionale, organizzato in milizie territoriali sparse nelle varie provincie del paese e pronte ad entrare in campo in ogni momento.

Segno della potenza di Gustavo Adolfo è anche la flotta, che conta oltre 50 navi da guerra capaci di trasportare 6000 unità di fanteria e i necessari marinai. La più grandiosa espressione dell’orgoglio nautico svedese è, senza ombra di dubbio, il Regalskeppet Vasa. Costruito, su precisa richiesta del re, fra 1624 e 1628, esso ambisce da subito ad essere il galeone più grande dell’epoca.

Ricostruzione di come doveva apparire il Vasa al momento del collaudo. Le ricche decorazioni lignee che coloravano la poppa della nave hanno influito non poco, col loro peso, all’affondamento della nave. Era consuetudine, in questi casi, allestire un bell’impianto di sovrastrutture sceniche che servivano ad evidenziare il potere e la ricchezza della flotta, ma che dopo il viaggio inaugurale venivano smantellate così da ridurre all’essenziale le navi da guerra.

Gustavo Adolfo interferirà personalmente nel progetto, facendo allungare la chiglia fino all’impressionante misura di 69 metri e prendendo così parte alla realizzazione di una monumentale opera di ingegneria nautica. Alta 52,5 metri e larga quasi 12, la nave è dotata di tre alberi sul ponte di coperta, che le permettono di issare oltre 1200 metri quadrati di vele e di raggiungere i 10 nodi di velocità. Il baricentro già pericolosamente alto del vascello viene poi compromesso da un secondo intervento di re Gustavo, che fa armare un secondo ponte di cannoni. Per supplire alla mancanza di equilibrio dello scafo si aumenta quindi la zavorra, provocando una maggiore immersione dello scafo.

Già al momento del collaudo, affidato all’ammiraglio Fleming, la nave oscilla pericolosamente, lasciando presagire il peggio. Il re, ignorando i pareri dei tecnici, insiste comunque perché venga allestito un galeone senza eguali, ordinando di caricare a bordo tonnellate e tonnellate di arredi (quadri, cristalleria, vasellame) e di decorarlo con meravigliose sculture lignee. Il giorno dell’inaugurazione, il 10 agosto 1628, il livello di immersione dello scafo raggiunge quasi i portelli dei cannoni di maggior calibro, a causa se non altro del tripudio di ricche decorazioni, dell’artiglieria, del mobilio e delle 130 persone a bordo.

Appena uscito dal porto di Stoccolma, alla presenza del re e di una foltissima folla sopraggiunta per l’evento, il Vasa prima si piega rischiosamente su un lato, poi, a una seconda folata di vento, inizia a imbarcare acqua proprio dai portelli dei cannoni e, a solamente 120 metri dalla costa, inizia il repentino affondamento. I marinai, presagi della catastrofe, sono i primi a salvarsi, abbassando notevolmente il numero delle potenziali vittime, che a conclusione del disastro rappresentano un effettivo quarto degli imbarcati quel giorno, perlopiù le mogli e i figli dei membri più altolocati dell’equipaggio.

La spettacolare nave Vasa finisce così, prima ancora di aver raggiunto le coste della Germania (e anzi senza aver nemmeno superato la baia di Stoccolma), con l’adagiarsi sul fondo fangoso del Mar Baltico, a 32 metri di profondità.

Il Vasa rappresenta ad oggi uno dei casi più eclatanti di recupero di imbarcazioni antiche. Esso è inoltre l’unico galeone da guerra del ‘600 ad essere completo e perfettamente intatto. Il sito del suo affondamento, poco a largo di Stoccolma, ha contribuito sostanzialmente alla sua conservazione: rimasto adagiato sul fondo per 333 anni, il Vasa è stato recuperato nel 1961 servendosi di un complesso sistema di piattaforme e cavi d’acciaio.

Le condizioni della nave sono parse ottime fin da subito. Il braccio di mare in cui il Vasa è rimasto per oltre tre secoli, infatti, ha la peculiarità di essere poco salato: la già bassa salinità del Mar Baltico, infatti, si incontra qui con l’acqua dolce del lago Mälaren, al cui imbocco col mare Stoccolma è costruita. La temperatura sul fondo è poi costante, attestandosi sempre sui 2 gradi. Queste condizioni hanno permesso al Vasa di sopravvivere a lungo in un ambiente poverissimo di ossigeno e di agenti acidi, ma hanno reso pericoloso il recupero dello scafo.

Il trattamento a cui è stato sottoposto fin dagli anni ‘60 il legno di quercia che compone la nave, a base di polietilenglicole (PEG, una molecola organica), prevedeva la formazione di una struttura utile a ridurre gli stress meccanici che sarebbero derivati dall’asciugatura del relitto, ma ha minato profondamente la solidità dell’imbarcazione. Il materiale già gravemente degradato del Vasa, infatti, era privo di cellulosa ed emicellulosa, due carboidrati che insieme alla lignina (una proteina) compongono normalmente il legno.

Il Regalskeppet Vasa, oggi conservato all’omonimo museo di Stoccolma.

L’apertura del Vasa Museet, poi, che ha attirato un notevole afflusso di turisti dal 1990 in poi, ha messo il Vasa in una condizione di umidità insostenibile. L’acido solforico, naturalmente prodotto dall’azione metabolica dei batteri che hanno avvolto la nave per secoli sul fondale marino, ha reagito al PEG iniziando un processo di ossidazione, il quale è stato poi accelerato dal ferro dei chiodi, sia originali sia nuovi (il ferro è infatti catalizzatore per la degradazione ossidativa degli acidi produttori di cellulosa presenti nel legno) e producendo acido formico. La necessaria rimozione del PEG, compiuta negli scorsi anni, ha riportato momentaneamente il ph del legno da 1-3 a 6-9. Resta da dire, però, che oggi la presenza di acido formico è stimata a due tonnellate in tutto il relitto, e che si pensa se ne stia formando altrettanto in questo momento.

La recente applicazione di nanoparticelle di idrossido di calcio per la deacidificazione del legno di quercia e pino, deteriorato dal PEG, sembra aver portato ad un incremento nella resistenza dello scafo. Tale operazione non ha però un valore duraturo, dal momento che il legno manca di uno stabile serbatoio alcalino (carbonato di calcio) che assicuri la preservazione del reperto su lungo termine.

Ad oggi non esistono casi di ritrovamento così spettacolari, anche se la Scandinavia, da un punto di vista archeologico, ha regalato al mondo molti dei più interessanti esempi di navi sopravvissute quasi miracolosamente allo scorrere del tempo.

Le navi vichinghe conservate al Vikingskipshuset di Oslo, ad esempio, sono quasi completamente intatte. La Oseberg, la Gokstad e la Tune sono drakkar risalenti al IX-X secolo ritrovati all’inizio del secolo scorso.

Le temperature rigide, l’umidità e la scarsa presenza di ossigeno tipiche del terreno norvegese hanno fatto sì che tali monumentali tumuli si conservassero, comprensivi dei ricchi corredi funerari, lasciando ai posteri una discreta quantità di monili, armi e persino slitte.

Il Museo delle navi vichinghe a Oslo, in Norvegia. Questo drakkar è chiamato Oseberg, è costruito quasi integralmente con legno di quercia ed è lungo 21 metri, largo 5. Portato alla luce nella contea di Vestfold dagli archeologi Gabriel Gustafson e Haakon Shetelig, negli anni 1904-1905, è stato tumulato non prima dell’834. Al suo interno sono stati trovati i resti di due donne, quattordici cavalli, tre cani e un bue. Il ricco corredo conta quattro slitte in legno riccamente decorate, un carro da cerimonia e molti resti di arazzi o vestiti di seta e lana (gli unici esemplari di arte tessile vichinga al mondo).

Bibliografia

– “Battaglie”, Paolo Cau (Giunti, Firenze, 2006)

– “Der Dreißigjähriger Krieg in Augenzeugen berichten” Hans Jessen (DTV, Düsseldorf, 1963)

– “Atlas zur Weltgeschichte” H. Kinder- W. Hilgemann (DTV, München, 2003)

https://web.archive.org/web/20151017033410/http://www.vasamuseet.se/en/The-Ship/Vasa-in-numbers/

– “Nanoparticles of Calcium Hydroxide for Wood Conservation. The Deacidification of the Vasa Warship”, R. Giorgi – D. Chelazzi – P. Baglioni (Department of Chemistry and CSGI, Firenze, 2005)

– “Deterioration of the seventeenth century warship Vasa by internal formation of sulphuric acid”, M. Sandstro Èm – F. Jalilehvand – I. Persson – U. Gelius§ – P. Frank – I. Hall-Roth (Department of Structural Chemistry, Stockholm, 2002)

– “Norvegia”, AA. VV. (Touring Editore, Roma, 2014)

 

Lorenzo Hofstetter

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