Nel nostro primo articolo abbiamo definito l’ambito di interesse dell’antropologia, ora cercheremo di illustrare il suo metodo di ricerca: l’etnografia.

Frances Densmore, etnografa ed etnomusicologa statunitense, alle prese con il capo della confederazione dei Piedi Neri, 1916

Quest’ultima rappresenta infatti la peculiarità della disciplina e consiste nell’esperienza diretta e prolungata sul campo, durante la quale l’etnografo raccoglie i suoi “dati” attraverso i colloqui, la partecipazione alla vita quotidiana o la semplice osservazione; le informazioni e le riflessioni che ne derivano vengono fissate nelle note di campo o nella trascrizione di colloqui, a cui può essere affiancato materiale fotografico, fonografico ecc. Oltre a questi dati, l’etnografo dovrebbe riportare anche, in un diario personale, riflessioni più soggettive da tenere in considerazione nel corso della rielaborazione finale. Tutto ciò implica tradurre un’esperienza personale in un resoconto scritto che non si limiti al lavoro sul campo ma apra una riflessione più ampia a livello antropologico.

Agli esordi della disciplina, questo processo non è stato considerato come problematico: nata infatti come scienza positivista l’antropologia non ha fatto altro che riprendere il metodo impiegato dalle scienze naturali, basato sulla netta distinzione tra un oggetto dato e un soggetto neutrale e su quella tra momento empirico (raccolta dati) e momento teorico (riflessione sui dati).

Andreas F. W. Bentzon, etnomusicologo e antropologo danese, mentre studia le launeddas, strumento musicale della Sardegna.

Di conseguenza, i primi antropologi (detti per questo “da tavolino”) non erano mai coinvolti direttamente sul campo, ma prendevano i loro dati da scritti precedenti o da viaggiatori di vario genere (come missionari o amministratori coloniali) che fungevano da corrispondenti sul campo e ai quali iniziarono ad essere forniti questionari e guide per rendere più mirata la raccolta di informazioni.

Bisognerà aspettare la prima metà del ‘900 perché vengano sollevate questioni metodologiche fino ad allora non affrontate. La figura che meglio esprime questa svolta è quella di Malinowski: fu lui a distaccarsi definitivamente dalla vecchia pratica etnografica e a promuovere un nuovo tipo di ricerca che sarà noto con il nome di “osservazione partecipante”. L’etnografo è chiamato infatti a vivere con il gruppo sociale (oggetto di studio) per un periodo prolungato di tempo, solo così è realmente possibile cogliere il punto di vista del nativo. Se in questo modo viene in parte attenuata la distanza tra momento empirico e momento teorico, rimane comunque l’idea di fondo che il soggetto conoscente (ovvero l’antropologo) sia totalmente neutrale, cosa naturalmente impossibile dato che il momento della ricerca coincide in realtà con un’esperienza intersoggettiva.

Malinowski con i nativi delle isole Trobriand, 1918

Questo tema sarà invece alla base della cosiddetta svolta interpretativa. Quest’ultima segnala infatti l’importanza della relazione tra antropologo e nativo, il quale non è più semplice oggetto di indagine scientifica ma un interlocutore con cui l’antropologo deve negoziare la sua analisi culturale. Questa risulta inevitabilmente incompleta e contingente, in quanto frutto di una relazione altrettanto contingente, e quindi non sottoponibile ad alcuna “verifica” scientifica: si compie così il distacco definitivo rispetto al modello delle scienze naturali, attraverso la soggettivizzazione dell’ “oggetto” e la consapevolezza della non-neutralità del soggetto conoscente.

Ernesto De Martino

Questo tipo di approccio mette in primo piano la relazione dialogica tra antropologo e interlocutore (il colloquio è, al di là della svolta interpretativa, uno dei capisaldi della pratica etnografica) e quindi la dimensione linguistica della conoscenza, in quanto il linguaggio costruisce gli oggetti e forma così i significati: “i limiti del mio linguaggio determinano i limiti del mio mondo” (Clifford Geertz).
In polemica con questo indirizzo emerge negli anni ’80-’90 una corrente antropologica che pone al centro del metodo etnografico il corpo del ricercatore, evidenziando come non solo a livello teorico ma anche a livello corporeo l’antropologo non possa essere considerato come un soggetto neutrale. Viene infatti valorizzato il corpo come parte attiva nella costruzione della conoscenza, nell’ottica in cui la stessa percezione è un primo momento di significazione del mondo circostante. La pratica etnografica diventa quindi un approssimarsi mimetico all’alterità attraverso l’acquisizione di conoscenze incorporate, rispetto alle quali le note di campo assumono la funzione di promemoria volti a far riemergere queste conoscenze.
Tutt’ora il dibattito sul metodo è aperto, non è possibile infatti assumere dei paradigmi assoluti in questo senso e spesso è lo stesso ambito di ricerca a suggerire l’adozione di un orizzonte metodologico piuttosto che di un altro. Ciò che è importante mantenere a mente sono però alcune consapevolezze di base acquisite dalla disciplina nel corso del tempo: imprescindibile risulta infatti il superamento di quei dualismi, eredità delle scienze naturali, entro i quali la disciplina ha fatto il suo debutto.

 

Di Martina Grassi e Alessandra Salamone

Per chi volesse approfondire: R.Malighetti, A.Molinari, “Il metodo e l’antropologia. Il contributo di una scienza inquieta“.

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