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Mentre Dante, nel mezzo del cammin della propria vita, ancora solo e sperduto in una selva oscura, era alle prese con tre terribili fiere, Papa Bonifacio VIII, a Roma, aveva da poco bandito il primo Giubileo Universale della Cristianità.

Dante mostra a più riprese di ben conoscere il grande evento, indetto dalla bolla papale Antiquorum digna fide relatio nel giorno corrispondente all’odierno 22 Febbraio del 1300 (ricordiamo che l’inizio del viaggio ultraterreno di Dante si fa risalire al passaggio tra il giovedì e il venerdì santo, 7 e 8 aprile dello stesso anno). Il Giubileo viene citato dal Poeta rispettivamente in ognuna delle tre cantiche della Divina Commedia:

Nel canto XVIII dell’Inferno, dove nelle prime bolge dell’ottavo girone sono collocati Seduttori ed Adulatori, le due schiere di dannati camminano in due sensi opposti, ricreando la scena delle delle fiumane di gente che, divise da una transenna, camminano sul ponte antistante Castel Sant’Angelo.

 

[…] come i Roman per l’esercito molto,

l’anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,

da l’altra sponda vanno verso ‘l monte […]

(Inferno, canto XVIII, vv. 28-33)

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Nel canto II del Purgatorio, invece, Dante coglie nell’incontro con l’amico e cantore fiorentino Casella, un’occasione per trattare del delicato tema delle indulgenze giubilari, le quali hanno permesso a tutti coloro che avessero preso parte al Giubileo, di poter immediatamente accedere al monte del Purgatorio. Mentre Casella, il quale è morto senza aver avuto occasione di partecipare al grande evento di redenzione, è costretto a sostare ancora sulle spiagge dell’Antipurgatorio.942_001

[…] Nessun m’è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m’ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace […]

(Purgatorio, canto II, vv. 94-99)

 

Per quanto riguarda l’ultima e più alta cantica della Divina Commedia il Paradiso, il passo da prendere in considerazione in questa nostra analisi è inerente al XXXI canto, ambientato nell’Empireo, dove Dante si trova al cospetto del trionfo degli Angeli. Lo stupore del momento in cui San Bernardo invita Dante a guardare il Paradiso, viene paragonato a quello provato dai pellegrini che, in un’occasione di festività come il Giubileo, potevano contemplare la Veronica, il sudario sul quale è rimasto impresso il volto del Cristo.1309445462

 

[…] Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

“Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?”;

tal era io mirando la vivace

carità di colui che ‘n questo mondo,

contemplando gustò di quella pace […]

(Paradiso, canto XXXI, vv. 103-111)

 

Alla luce di questi versi, gli storici della letteratura hanno potuto affermare che Dante, nel corso della propria vita reale, avesse partecipato in prima persona al Giubileo del 1300, e che abbia colto l’occasione per trattare di questo straordinario e peculiare evento all’interno della sua più grande opera, inserendovi riferimenti precisi nel corso del suo fittizio viaggio ultraterreno.

Dante, infatti, in quell’anno non era ancora stato esiliato da Firenze e i nefasti rapporti con Bonifacio VIII sarebbero cominciati più tardi.Nel 1301, infatti, il Poeta recatosi nuovamente a Roma per un’ambasceria al fine di chiedere un intervento del Pontefice per ristabilire la pace a Firenze tra le fazioni dei Bianchi e dei Neri, sarebbe stato accolto da continui temporeggiamenti. Lo scopo del Papa era quello di consentire a Carlo di Valois di recarsi a Firenze, il quale, col pretesto di sanare il conflitto, avrebbe favorito l’ascesa dei Neri, scatenando così una serie di persecuzioni contro la parte sconfitta.

Un avvenimento epocale come il Giubileo, per quanto indetto da una figura ambigua come Bonifacio, non poteva non attirare tutta l’attenzione che Dante gli ha dedicato, vista la sua devozione e la sacralità che lo stesso attribuiva alla missione originaria della Chiesa. Per il Poeta, infatti, il compito dell’Istituzione Ecclesiastica era quello di garantire il benessere e il pace spirituali nell’interesse del genere umano, congiuntamente all’operato dell’Imperatore, il quale doveva a sua volta assicurare il benessere e la pace terreni.

Di Fiammetta Gori

 

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