Nella necropoli di Aigai (odierna Verghina) in Macedonia sono stati recentemente (dal 1950 in poi) scoperti alcuni dei tumuli che si ritiene fossero appartenuti alla famiglia reale.Vergina_Tombs_Entrance

Una fra tutte ha attirato l’attenzione degli scopritori; la sua struttura è composta da una camera in blocchi di pietra squadrati e la copertura a volta a botte, preceduta da un’anticamera simile, però più piccola.

Dopo la costruzione del nucleo centrale, la tomba era stata ricoperta da un tumulo di terra, a lasciare scoperta e visibile solo la facciata, composta dalla porta di ingresso, compresa tra due semicolonne doriche tra ante, e sopra ad essa un fregio dorico; lo spazio che sovrasta il tutto è dipinto con scene di caccia.

Questa tomba venne scoperta nel 1977 e fu trovata ancora intattafilippo_2.

In fondo alla camera centrale venne ritrovato un sarcofago marmoreo, dentro al quale fu trovata una cassetta d’oro con piedi leonini, mentre fregi, rosette e la stella a sedici punte di Macedonia vi erano incisi sopra.

Dentro a questa scatola si trovavano ancora le ossa del proprietario del tumulo stesso.

Insieme al sarcofago, all’interno della camera, fu trovato anche l’intero corredo funebre; l’intero corredo è databile tra il 350 ed 325 a.C.

Vista la datazione, quindi, se è un re colui che in questo sepolcro fu deposto non può che essere lo stesso Filippo II di Macedonia, assassinato ad Aigai nel 336 a.C. e padre dell’ancor più celebre Alessandro Magno.

Philip_II_larnax_vergina_greeceNel corredo è stato rinvenuto anche un letto, la cui struttura lignea, col tempo, si è dissolta, lasciandoci solo le decorazione di avorio che la ricoprivano; tra queste abbiamo anche alcune piccole teste, sia maschili che femminili, di poco più di 3 cm di dimensioni e senza capigliatura (probabilmente in legno e, quindi, dissoltasi).

Una di queste piccole teste rappresenta un uomo di circa 40-45 anni, barbuto, il naso fortemente aquilino: si pensa che questa piccola effigie rappresenti proprio il sovrano di Macedonia Filippo II.

Sulle ossa ritrovate sono stati condotti molti esami antropologici e si è giunti, in parte, anche alla ricostruzione delle fattezze del defunto; si è persino pensato di riconoscere, in alcune ferite trovate sulle ossa, i segni che Filippo avrebbe riportato al volto durante l’assedio di Metone del 355 a.C.

Le condizioni delle ossa non ci permettono, però, di avere risultati più accurati: le ossa furono bruciate su una pira funebre ed a noi ne è arrivata solo una parte, insieme alla ceneri del defunto.

Anche l’anticamera fu usata come luogo di sepoltura: vi è stato trovato un altro sarcofago marmoreo con all’interno una scatola aurea simile alla precedente, sebbene meno decorata a sfarzosa, al cui interno vi erano i resti di una giovane donna: si pensa possano essere le spoglie di Cleopatra, l’ultima moglie di Filippo.

La tomba, nel complesso, quindi è straordinariamente ricca, ma la cosa che ci interessa di più è che qui si trova uno dei pochi dipinti superstiti della storia dell’arte greca: il suo valore, quindi, è a dir poco inestimabile.

Il dipinto in questione è quello rappresentante una scena di caccia, sulla facciata della tomba.Alessandro_nel_dipinto_della_tomba_II

Il fondale su cui si svolge la scena è boscoso, identificato come tale grazie ad una serie di alberi posti in II piano ad intervalli regolari.

Le figure che si muovono all’interno della scena sono moltissime e sono identificabili 4 nuclei principali: la caccia ai cervi, al leone, al cinghiale ed all’orso.

I personaggi che partecipano alla caccia sono rappresentati in scorcio.

La caccia più importante sembra essere quella al leone ed i due personaggi principali sono due uomini: uno giovane ed uno maturo e barbuto: si può pensare che questi due personaggi siano rispettivamente Alessandro e Filippo.

Il dipinto è caratterizzato da un grande senso di movimento e la composizione è molto complessa; questi elementi, insieme all’uso dei cavalli come elementi di profondità e l’ambientazione paesistica, fanno pensare che questa possa essere un’opera giovanile del pittore della celeberrima Battaglia di Alessandro (o Battaglia di Isso), cioè Filosseno di Eretria.

Non si esclude, però, che possa essere attribuibile ad altri artisti, presenti alla corte Macedone attorno ad Apelle, famoso per i suoi studi sulla resa della luce: il colore che crea momenti molto luminosi grazie all’uso del chiaroscuro, usato anche per dare profondità, infatti, lascia pensare anche a questa possibile attribuzione.

Tomba di Persefone

Un’altra tomba presente nella stessa necropoli di Verghina è la cosiddetta di Persefone, nome che deriva dall’affresco presente al suo interno.fig-6

Vi è infatti raffigurato il ratto di Persefone e, in questo caso, si pensa che l’autore sia il maestro dello stesso Filosseno, Nicomaco di Atene, famoso, diversamente dal suo allievo, per la facilità del tratto.

La tomba è databile intorno al 320 a.C.

L’impeto con cui procede il carro di Ade è sottolineato dallo scorcio delle ruote di ¾ e dal violento andamento divergente delle linee, dai tratti e dall’espressione del dio degli Inferi.

Il mistero che avvolge queste tombe, solo parzialmente dissipato, le incorona come uno dei gioielli dell’antica Macedonia, tutta da scoprire e di cui innamorarsi.

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