Si può affermare in tutta tranquillità che la letteratura scandinava non goda di una particolare fama presso il grande pubblico: persino autori dalla penna evocativa quali Laxness o la Lagerlöf, premi Nobel per la letteratura rispettivamente nel 1955 e nel 1909, risultano noti soltanto ad una ristretta cerchia di lettori. Esiste tuttavia un genere nel quale, soprattutto negli ultimi anni, gli autori scandinavi sembrano aver trovato la strada per la rivalsa: si tratta del romanzo giallo o poliziesco.

Halldór Laxness (1902 – 1998)

Questo tipo di produzione letteraria proveniente dai paesi della Scandinavia risulta infatti sempre più massiccia, spaziando dalla svedese Camilla Läckberg – i cui libri sono stati tra i più venduti sia in Svezia che a livello internazionale, e dai quali sono stati anche trasposti dei film per la TV – al norvegese Jo Nesbø, che già nel 1998 vinceva il premio Glasnyckeln per miglior romanzo giallo norvegese con “Il pipistrello”. Altro celeberrimo esponente del genere è senz’altro lo svedese Stieg Larsson, che con la sua trilogia “Millenium” ha riscosso un successo mondiale. Anche la Danimarca può vantare nomi importanti quali Peter Høeg, autore di “Il senso di Smilla per la neve”, ed Erik Valeur, anch’esso vincitore del Glasnyckeln con “Il settimo bambino.

In tutto ciò notiamo tuttavia una grande assente: l’Islanda. Ciò risulta piuttosto strano considerando che, stando alle statistiche, è la nazione col maggior numero di scrittori per abitante rispetto al resto del mondo e che, addirittura, Reykjavik è stata nominata dall’UNESCO “città della letteratura” nel 2011. Come si spiega allora questa mancanza?

Veduta di Reykjavík, nominata “città della letteratura” dall’UNESCO.

Una possibile spiegazione potrebbe essere legata alla difficoltà del genere poliziesco di per sé. L’Islanda infatti, essendo uno tra i Paesi col minor tasso di criminalità al mondo, non aiuta nell’offrire spunti né, tantomeno, nel fornire gli strumenti per una storia verosimile. Come afferma anche Silvia Cosimini, principale traduttrice dall’islandese all’italiano a livello nazionale:

 [] mi sono chiesta più volte come fosse possibile ambientare un giallo a Reykjavík, in questa cittadina tranquilla dall’aspetto un po’ demodé, dai tassi di criminalità praticamente nulli, che raramente sale alle cronache internazionali, dove poco succede e tutto sembra fermo in un’immobilità senza tempo, stretta in una morsa di ghiaccio e di freddo, dove tutti si conoscono o sono imparentati e i criminali non sembrano avere vie di fuga, dove praticamente non esiste un carcere vero e proprio e chi ci finisce lo fa per qualche minimo sgarro alla quiete pubblica. E invece.

 

Arnaldur Indriđason, autore della saga del commissario Erlendur

“E invece”. Infatti, come per ogni regola che si rispetti, anche in questo caso esiste un’eccezione: si tratta dei romanzi di Arnaldur Indriđason, classe 1961, Reykjavik, che sembrano quasi essere stati scritti appositamente per smentire tutto ciò. Indriđason è stato infatti il primo in Islanda a pubblicare un romanzo poliziesco, inaugurando questo genere nel 1997 con “Synir Duftsins”. All’interno di questo libro l’autore presentava ai lettori il commissario Erlendur Svenisson, protagonista di quella che diventerà una vera e propria saga, ad oggi comprendente quattordici romanzi. L’aspetto davvero interessante dei suoi libri risiede proprio nel contesto così particolare in cui sono ambientati, veicolato da uno sguardo sul mondo islandese contemporaneo ben diverso da quello a cui siamo abituati. Questa saga rispetta le caratteristiche tipiche del genere, su tutte la centralità della figura dell’investigatore ed una particolare chiave di lettura sulla società che descrive; sorge quasi spontaneo il paragone col nostrano Commissario Montalbano o il meno conosciuto Malvaldi, ma anche con le opere di Ian Rankin, Raymond Chandler, Agatha Christie e, prima di loro, quelle di Arthur Conan Doyle.

Erneldur non è soltanto un investigatore, è anche un esponente di quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla campagna alla città, passaggio a cui non è possibile sfuggire. I tempi, come sempre, sono cambiati e due soltanto sono le soluzioni: adattarsi, oppure vivere in uno stato di perenne malessere, proprio come quello del nostro protagonista. Sparisce il punto di vista corale, sostituito da uno sguardo individuale permeato da un profondo senso di solitudine. La città è un luogo freddo ed alienante, che nasconde sempre del torbido e rovina le persone. L’atmosfera è cupa ed isolante, descritta con uno stile asciutto e diretto capace di coinvolgere totalmente il lettore.
E perché no, di farci credere che può esserci del marcio non soltanto in Danimarca, ma pure nella tranquilla Reykjavík.

 

Di Maria Sofia Mazzini

Sherlock Holmes e Watson, illustrazione di Sidney Paget (1893)

 

Fonti:

 

About the author

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini

Maria Sofia Mazzini è nata a Firenze nel 1992. Si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna e attualmente frequenta il Corso di Laurea Magistrale in Italianistica, Culture Letterarie Europee e Scienze Linguistiche, sempre presso Bologna. Dal 2018 fa parte della redazione di Poesia del nostro tempo, progetto letterario nato dalla rivista Argo.