“Item Constantinus imperator primus Christianus, excepto Filippo […]”

Origo Costantini Imperatoris, autore ignoto

Tutti coloro che possiedono qualche nozione di storia romana conoscono i nomi dei più celebri uomini che abbiano ottenuto il ruolo di imperatore: Nerone, Caligola, Traiano, Marco Aurelio e il più famoso Ottaviano Augusto.

Molto meno noti sono i protagonisti di quella lunga fase di instabilità politico-istituzionale nota come “anarchia militare”; un periodo di crisi durato circa cinquant’anni, dal 235 al 284, caratterizzato da guerre civili in cui brevi periodi di pace effimera si alternavano a conflitti tra singoli comandanti militari elevati alla porpora dai propri eserciti e spesso anche eliminati da quest’ultimi.

Tra questi è singolare il caso di Marco Giulio Filippo, meglio conosciuto come Filippo l’Arabo. L’origine del soprannome è facile da intuire: nacque in un piccolo centro dell’Arabia romana, quell’Arabia Petraea ridotta a provincia da Traiano e che oggi corrisponde a grandi linee al territorio della Giordania.

Le fonti sulla sua vita sono poche, scarne e spesso inaffidabili: difficile credere a una nota dello Pseudo Aurelio Vittore secondo il quale “nacque in un luogo umilissimo, da un padre che era il più nobile comandanti di briganti.”[1] Giulio Marino, questo il nome del padre di Filippo, non doveva essere un brigante ma un cittadino romano  dell’ordine equestre e fu grazie a questa posizione che il figlio fu in grado di inserirsi all’interno del sistema dell’aristocrazia dell’impero come membro della dirigenza locale, secondo l’uso ben consolidato della cooptazione.

Quasi impossibile farsi un’idea di quello che fu il suo cursus honorum e poco ci dice Zosimo, autore nato ben tre secoli dopo che, nonostante tratti di lui in cinque sezioni della sua Historia Nova, lo liquida con parole poco lusinghiere: “Filippo era di origine araba, pessimo popolo, e di condizione non elevata, quando la sorte lo favorì”[2] In accordo con l’Historia Augusta Zosimo racconta che, una volta nominato prefetto al pretorio dell’imperatore Gordiano III, in quel momento impegnato in una campagna militare contro la Persia, riuscì a far ribellare i soldati e a farsi proclamare imperatore dalle truppe con uno stratagemma[3]. Concluse con rapidità una costosa pace con i persiani, a cui cedette vaste porzioni dell’Armenia, e iniziò il viaggio dall’Oriente per giungere a Roma e porre le basi del suo regno. Nonostante Filippo all’inizio pensasse di poter stabilire un governo duraturo e di dare vita ad una dinastia, cosa testimoniata dall’associazione del figlio come co-Augusto e dall’invio del fratello Giulio Prisco nella pars orientis con il titolo di rector totius orientis, non fu tuttavia in grado di consolidare il proprio potere: invasioni di barbari e un gran numero di usurpatori ne misero fin da subito in discussione l’autorità. Nell’arco di pochi anni[4] Filippo fu sul punto di dimettersi. Si consultò con il Senato e di comune accordo decisero di affidare il comando delle legioni schierate in Pannonia e Moesia (a grandi linee una vasta area che comprendeva Austria, parte di Ungheria, Slovenia, Croazia e la regione di Baviera) a un comandante di provata capacità come Gaio Messio Quinto Decio. Fu proprio Decio che poco tempo dopo, nel 249, lo uccise a seguito di una breve guerra civile e fu sempre lui a dare il via alla prima persecuzione contro cristiani (e non solo) su vasta scala che molti considerano la prima.[5]

La parabola di Filippo, tutto sommato non così eccezionale, presenta però un dilemma: alcune fonti -che esamineremo nel dettaglio- lo presentano come imperatore cristiano o, addirittura, come il primo imperatore cristiano. Questo contrasterebbe con un altro celebre avvenimento che bene o male tutti conoscono: la conversione di Costantino dopo la sua vittoria nella battaglia di Ponte Milvio e l’apparizione nel cielo della croce e della scritta “in hoc signo vinces”. Anche se non andò proprio cosi[6] Costantino è passato alla storia come il primo imperatore cristiano e dal punto di vista pubblico lo fu davvero, sebbene probabilmente più per tornaconto personale che per fervore religioso[7].

Raffaello Sanzio, “Apparizione della Croce”, affresco, 1520-1524, Musei Vaticani.

Come possiamo quindi intendere le notizie di diversi autori sulla religione di Filippo?

Ci si scontra con un problema di non facile risoluzione.

Alcuni studiosi hanno preso in considerazione la provenienza geografica, ritenendola una “prova” della sua cristianità, ma non abbiamo informazioni attendibili circa la diffusione del cristianesimo nei piccoli centri come quello in cui nacque Filippo[8] e per quanto l’impero si avviasse a diventare cristiano e i cristiani fossero già la maggioranza relativa in numerose province dell’impero, in particolare a oriente, questo non proverebbe molto circa la sua coscienza religiosa.

Nessuna fonte parla di una sua conversione al cristianesimo, ma neppure di qualche apostasia verso il “paganesimo”. Non abbiamo nessuna notizia circa provvedimenti presi da Filippo durante i suoi anni di regno nei confronti dei cristiani, ma siamo a conoscenza di un certo numero di persecuzioni avvenute sotto il suo impero: la più famosa è quella di Sant’Apollonia, avvenuta ad Alessandria d’Egitto durante una sommossa popolare anti-cristiana[9].

Possiamo però essere certi che sotto il suo regno la religione ufficiale rimase quella tradizionale e che Filippo ufficialmente fu un imperatore pagano. In qualità di pontifex maximus, massimo esponente della religio romana, celebrò nel 248 i millenari ludi saeculares, grande festività della durata di tre giorni e tre notti di cui siamo a conoscenza sia attraverso ritrovamenti numismatici celebrativi che attraverso fonti letterarie[10]

Siamo a conoscenza della loro magnificenza: Roma colma di rappresentazioni teatrali, commedie sia greche che latine e straordinari giochi nel Colosseo che coinvolsero quasi un migliaio di gladiatori, oltre agli animali esotici più disparati. In questo contesto l’Historia Augusta  definisce Filippo restitor sacrorum, epiteto usato per indicare gli imperatori più vicini alla religione tradizionale.[11] Questi giochi hanno importanza particolare nel testo di Zosimo, il quale ce ne restituisce il conteggio più lungo[12] ma non menziona Filippo. Questo non deve stupire: come detto in apertura l’autore non ha una buona opinione di Filippo, per lui poco più che un barbaro arrivato al potere tramite sotterfugi e non è un caso che elogi il suo successore Decio, “che aveva regnato in modo eccellente.”[13]

La maggioranza delle informazioni che possediamo sul presunto cristianesimo di Filippo provengono da alcuni autori cristiani. Tra questi quello principale è Eusebio, vescovo di Cesarea, scrittore prolifico e panegirista di Costantino. Diversi passi della sua Historia Ecclesiastica, redatta tra il 300 e il 325, fanno riferimento alla confessione di Filippo.

In particolare “È riferito che lui (Filippo), che era cristiano, aveva desiderato, il giorno dell’ultima Veglia di Pasqua, condividere con la moltitudine preghiere nella Chiesa, ma che non gli fu permesso entrare da colui che poi ha presieduto (la funzione) fino a quando non si fosse confessato, dal momento che era annoverato tra i trasgressori e che necessitava della penitenza. Se non avesse fatto questo, non sarebbe mai stato ricevuto da lui, a causa dei molti crimini che aveva commesso. Si dice che egli obbedì prontamente, rendendo chiaro con la sua condotta un vero e pio timore di Dio.[14]

Le parole introduttive usate da parte di Eusebio per questo avvenimento ad Antiochia, che alcuni studiosi datano il 13 aprile 244, sono state oggetto di dibattito tra gli storici: κατέχει λόγος’ si presta ad essere interpretato tanto come “voce” così come “si riferisce”.[15] Che Filippo possa essere stato escluso dal partecipare alla messa non sarebbe una cosa così strana, ufficialmente era un “pagano” e di per sé non prova che , al netto di quelli che possono essere stati abbellimenti di Eusebio, egli fosse cristiano.

Costantino, che fino in punto di morte rimase formalmente “pagano”, partecipò a celebrazioni cristiane e la possibilità di poterlo fare senza battesimo non era inusuale per i cristiani di quel periodo. Non si pensi di essere di fronte a qualcosa di analogo alla penitenza di Teodosio presso il vescovo Ambrogio di quasi centocinquanta anni più tardi: il confronto drammatico tra i due poteri in seno all’Impero, quello di un Augusto che necessitava di ogni appoggio disponibile per la sua causa e quello di una Chiesa sempre più potente e molto diversa da come la conosciamo, influenzò tutto il corso successivo della Storia, ma non può essere messo a paragone con la confessione di un uomo in una piccola chiesa d’oriente.

Antoon van Dyck, “L’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio” nella versione del 1619-20, oggi conservato a Londra.

Poco oltre Eusebio cita Dionigi, vescovo di Alessandria suo contemporaneo, il quale parlando del regno di Valeriano, con l’obiettivo di  mettere in luce la differenza tra un primo periodo di tolleranza di questo imperatore e un secondo momento di chiusure e persecuzioni, non solo sottolineò che Filippo fosse tollerante[16] ma si spinse ad affermare, seppur in modo vago, che sia Alessandro Severo che Filippo fossero stati apertamente cristiani.[17] Le parole con cui questo viene detto sono piuttosto generiche: “οἰ λεχθέντες ἀναφανδὸν Χριοτιανοὶ γεγονέναι” “coloro che si diceva fossero apertamente cristiani”. La maggioranza degli studiosi ritengono che il passo si riferisca ad Alessandro Severo e a Filippo, ma anche se fosse così potrebbe essere un riferimento iperbolico, tanto che nell’Historia Augusta lo stesso Alessandro Severo viene definito cristiano perchè aveva nel suo tempio privato statue di Abramo e di Cristo accanto a quelle di altre divinità.[18]

Eusebio, nella terza menzione di Filippo, cita un carteggio tra l’imperatore e Origene, una delle più grandi menti che il pensiero cristiano abbia mai prodotto.“Esiste anche una lettera (di Origene) diretta all’imperatore Filippo e un’altra diretta a sua moglie Severa, così come anche rivolte ad altre.[19]”  Sebbene le lettere di Origene non siano giunte fino a noi non è improbabile che Eusebio potesse leggerle. In ogni caso qui non è segnalato che Filippo fosse cristiano: anche Alessandro Severo intrattenne un carteggio con Origene, sappiamo che quest’ultimo ebbe stretti contatti con la comunità arabo-cristiana[20] e suo interesse potrebbe essere stato quello di avere un buon rapporto con il primo imperatore di Roma di origine araba. A tal proposito è interessante constatare come nella sua opera Eusebio non associ mai l’appellativo “arabo” a  Filippo nonostante fosse un epiteto usato nell’antichità come oggi. Possibile che abbia volutamente celato il cristianesimo di Filippo ingannando così gli storici che avrebbero attribuito a Costantino il titolo di primo imperatore cristiano? Una possibilità è che la scelta di Eusebio sia stata motivata dal mettere in risalto la crudeltà delle persecuzioni di Decio rispetto alla tolleranza verso il cristianesimo di Filippo.[21]

Un altro celebre vescovo, Giovanni Crisostomo, in un’omelia a San Babila, a sua volta vescovo e martire sotto l’impero di Decio, cita un imperatore anonimo, che potrebbe essere Filippo, il quale avrebbe compiuto una penitenza presso Babila.[22] A questo si deve aggiungere Leonzio, vescovo di Antiochia dal 348 al 357, citato nel Chronicon Paschale come un’autorità sul martirio di Babila, dove si sostiene che la penitenza di Filippo sarebbe stata necessaria per il peccato di aver ucciso il suo predecessore. [23]

A queste fonti greche si aggiungono quelle latine: Filippo è citato da Orosio nel suo Historia adversos paganos e da Girolamo nel Liber de viris inlustribus, entrambi variatamente legati ai libri di Eusebio.

Girolamo, teologo e dottore della Chiesa, nell’opera sopracitata scrive: “[…] (Origene) sembra anche che andò ad Antiochia su richiesta di Mammea, madre dell’imperatore Alessandro, donna religiosa, e qui fu tenuto in grande considerazione: inviò lettere all’imperatore Filippo, che era il primo cristiano tra i governanti romani, e alla madre, lettere che ancora oggi esistono.”[24] Qui l’affermazione circa la cristianità di Filippo è diretta, ma il resto delle informazioni appaiono desunte da Eusebio. Per Orosio, storico e apologeta, Costantino fu primus imperatorum Christianus, excepto Filippo[25]. Probabile la dipendenza da Girolamo, che conobbe anche personalmente, nel tentativo di presentare l’Arabo come precursore di Costantino.[26] Sia per Orosio che per Girolamo l’impressione è che si tratti di un utilizzo propagandistico delle informazioni desunte da Eusebio.

L’Origo Constantini Imperatoris, un’opera anonima datata alla fine del IV secolo, sembra seguire lo stesso schema: “Così Costantino è stato anche il primo imperatore cristiano, con l’eccezione di Filippo, che mi sembrava essere diventato un cristiano in modo che il millesimo anno di Roma potesse essere dedicato a Cristo, anziché agli idoli.”[27]  Gli storici si sono divisi tra coloro che credono che le narrazioni ecclesiastiche siano confuse e approssimative tanto da non poter essere fededegne[28] e coloro che ritengono che quanto abbiamo basti ad affermare che Filippo fosse cristiano[29].

In soli ottant’anni dalla morte di Filippo, il cristianesimo si sarebbe affermato come la religione dell’Impero, ottenendo un primo riconoscimento sotto Costantino e in un’altra manciata d’anni diventando l’unica religione lecita.

L’intento degli scrittori presi in esame sembra essere stato non tanto la veridicità dei fatti, quanto il desiderio, più probabilmente, di favorire l’idea di un Impero Romano che era cristiano quasi dall’inizio, destinato ad esserlo nel suo futuro, per volere di Dio, con la fusione tra ideologia imperiale e cristianesimo.

Per uomini di vera fede che si consideravano ispirati dal Signore questo era il punto di arrivo di un lungo percorso, per loro inevitabile, le cui radici erano rintracciabili sia nel fanciullo della quarta bucolica di Virgilio (identificato dagli ecclesiastici con il Cristo, il quale sarebbe nato sotto Augusto Ottaviano e che avrebbe portato benessere e prosperità all’uomo), che nell’appartenenza di Filippo alla religione cristiana. Questo implica che non possiamo accordare troppa fiducia ai loro resoconti. Nonostante questo, le fonti concordano su una certa inclinazione che l’uomo Filippo – non tanto l’imperatore Filippo legato alla religione tradizionale – ebbe verso il cristianesimo.

L’abitudine, seicentesca, di considerare l’appartenenza religiosa come un dato evidente in ogni azione di un sovrano non è applicabile alla storia imperiale romana tout court e ancora meno alle fasi convulse del III secolo.

Uscendo dal sistema dicotomico per il quale una religione ne esclude qualsiasi interesse verso altre, si possono notare quanto numerose siano state le sfumature presenti all’epoca in termini religiosi, dove la commistione e il sincretismo erano la norma in una situazione fluida e composita. I romani dell’epoca, intendendo con questo termine la maggioranza dei cittadini e non il gruppo di senatori colti e privilegiati, avrebbero considerato di una qualche importanza l’inclinazione religiosa di un imperatore? In particolare lo avrebbero fatto dopo gli esempi di Eliogabalo e Alessandro Severo? Lontano dagli eccessi del primo e meno soggetto alle malelingue del secondo, Filippo avrebbe potuto essere cristiano e, se lo fosse stato, lo sarebbe stato anche  prima di diventare imperatore, nell’intimo della sua coscienza. Una fede privata, senza una propria rilevanza politica ufficiale, a cui alcuni dotti della Chiesa cercarono di dare una valenza “universale” che non ebbe nella realtà.

Di Daniele Reano

Bibliografia

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York, John: “The Image of Philip the Arab”, Historia 21,2, 1972.

Meckler, Michael: “Philip the Arab, 244-249 A.D.”, De Imperatoribus Romanis, 1999.

Pohlsander, Hans: “Philip the Arab and Christianity”, Historia 29,4, 1980.

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Salmon, G.: “Leontius, bishop of Antioch”, in A Dictionary of Early Christian Biography and Literature to the End of the Sixth Century A.D.

Shahîd, Irfan: “Rome and the Arabs: A Prolegomenon to the Study of Byzantium and the Arabs.” Washington D.C., 1984.

Southern, Pat: “The Roman Empire from Severus to Costantine”, Londra, 2001.


[1]Pseudo Aurelio Vittore, De Epitome Caesaribus, 28.4: “Philippus humillimo ortus loco fuit, patre nobilissimo latronum ductore.“

[2]Zosimo, Historia Nova, 18.3.

[3]Così racconta Zosimo, NH, 18.9-19.1: “Si conciliò il favore dei soldati che erano inclini alla rivolta e dopo aver visto che le vettovaglie raccolte per l’esercito erano sufficienti, poiché l’imperatore si trovava ancora con le sue truppe a Carre e a Nibisis, comandò alle navi che portavano i rifornimenti ai soldati di avanzare più all’interno (ndt: dell’Eufrate), affinché l’esercito oppresso dalla fame e dalla mancanza di viveri di ribellasse. Il piano di Filippo riuscì: i soldati, presa a pretesto la mancanza di approvigionamenti, circondarono in gran disordine Gordiano, responsabile della rovina dell’esercito, lo uccisero e secondo gli accordi rivestirono di porpora Filippo.” 

[4]Vittore, De Epitome, 28.1: “[…] Marcus Iulius Philippus imperavit annos quinque.”

[5]Oggi gli storici, dopo aver ridimensionato il numero di uccisioni avvenute sotto Nerone, considerano il rescritto contro il proselitismo dei cristiani di Settimio Severo un provvedimento poco incisivo. Rispetto alle azioni dei predecessori l’editto di Decio si caratterizzò come più violento e diretto a colpire chiunque non si convertisse con arresti, torture e in alcuni casi la morte.

[6]Eusebio racconta questa leggenda, sottolineando di crederci solo perché Costantino l’avrebbe riferita sotto giuramento, dicendo che qualche giorno prima della battaglia gli sarebbe apparsa in cielo una croce con la scritta ἐν τούτῳ νίκα, “in questo segno vincerai” e che fece apporre le iniziali di ΧΡΙΣΤΟΣ (Cristo) sulle insegne e sugli scudi dei soldati. In ogni caso Costantino continuò per anni ad associarsi al culto di Helios Re e si battezzò solo in punto di morte.

[7]Per approfondire si rimanda alla monumentale opera “Costantino il Vincitore” di Alessandro Barbero, Roma, 2016.

[8] Le epigrafi cristiane pervenuteci da Filippopoli non sono anteriori al 552 d.C.

[9]Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 41. Per una trattazione nel dettaglio cfr. D. Demolli, Sant’Apollonia nella storia e nella leggenda, Milano, 1938

[10]Vittore, De Epitome,  28.3. Per la numismatica si rimanda al seguente sito: www.ilgiornaledellanumismatica.it/il-millenario-di-roma-ludico-e-religioso-nelle-monete-di-filippo-i-2/

[11]Historia Augusta, 31, 1-4.

[12]Zosimo, NH,  II, 1-7.

[13]Zosimo, NH, I, 23.2.

[14]Eusebio, HE, VI,34: τοῦτον κατέχει λόγος Χριστιανὸν ὄντα ἐν ἡμέρᾳ τῆς ὑστάτης τοῦ πάσχα παννυχίδος τῶν ἐπὶ τῆς ἐκκλησίας εὐχῶν τῷ πλήθει μετασχεῖν ἐθελῆσαι, οὐ πρότερον δὲ ὑπὸ τοῦ τηνικάδε προεστῶτος ἐπιτραπῆναι εἰσβαλεῖν, ἢ ἐξομολογήσασθαι καὶ τοῖς ἐν παραπτώμασιν ἐξεταζομένοις μετανοίας τε χώραν ἴσχουσιν ἑαυτὸν καταλέξαι ·ἄλλως γὰρ μὴ ἄν ποτε πρὸς αὐτοῦ, μὴ οὐχὶ τοῦτο ποιήσαντα, διὰ πολλὰς τῶν κατ’ αὐτὸν αἰτίας παραδεχθῆναι. καὶ πειθαρχῆσαι γε προθύμως λέγεται, τὸ γνήσιον καὶ εὐλαβὲς τῆς περὶ τὸν θεῖον φόβον διαθέσεως ἔργοις ἐπιδεδειγμένον.”

[15]Secondo Shahid, assertore della cristianità di Filippo, Eusebio avrebbe desunto le sue informazioni da un testo che potrebbe essere una delle lettere del carteggio tra Origene e Filippo,  menzionata in HE, IV.36.3.

[16]Eusebio, HE, VI.41.9.

[17]Eusebio, HE, VII.10.3 “È meraviglioso che entrambe queste cose siano avvenute con Valeriano; ed è tanto più notevole se si considera la sua condotta precedente, mite e gentile verso gli uomini di Dio, perché infatti nessuno prima di lui tra gli imperatori aveva trattato loro (i cristiani) con tanta bontà e favore, non meno di quelli che lo sono stati, coloro che si diceva fossero apertamente cristiani […]”

[18]Historia Augusta, Alexander Severus, 29.2, 31.5.

[19]Eusebio, HE, VII.36.3:φέρεται δὲ αὐτοῦ καὶ πρὸς αὐτὸν βασιλέα Φίλιππον ἐπιστολὴ καὶ ἄλλη πρὸς τὴν τούτου γαμετὴν Σευήραν διάφοροί τε ἄλλαι πρὸς διαφόρους ·

[20]Eusebio, HE, V, 23.

[21]Sappiamo infatti, grazie a ritrovamenti papiracei nel Fayuum, riportanti la data del luglio 250, che Decio emanò un editto con il quale obbligava ogni cittadino romano a sacrificare agli dei di fronte a funzionari che certificassero la devozione alla religione tradizionale romana.

[22]Giovanni Crisostomo, de S. Babila  I.

[23]G. Salmon, “Leontius, bishop of Antioch”, p. 23.

[24]Girolamo, Liber de viris inlustribus 54. “Et illud quod annuncio Mammeam, matrem Alexandri imperatoris, religiosam feminam, rogatus venit Antiochiam, et honore summo habitus est: quodque annuncio Philippum imperatorem, qui primus de Regibus Romanis Christianus fuit, et ad matrem eius litteras fecit, quae usque hodie exstant.”

[25]Orosio, Historiae adversum paganos, VII.28.

[26]Shahîd, Rome and the Arabs, p. 83.

[27]Origo Constantini, 6.33: “Item Constantinus imperator primus Christianus, excepto Filippo, qui Christianus admodum ad hoc tantum constitutus fuisse mihi visus est, millesimus ut Romae annus Christo potius quam idolis dicaretur.

[28]Così Hans Pohlsander e Clifford Ando.

[29]Cosi John York, Irfan Shahid e Warwick Ball. Da segnalare la posizione di Glen Bowersock, per il quale le fonti indicano una tendenza di Filippo verso il cristianesimo ma che quanto possediamo non sia sufficiente per definirlo cristiano.

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Daniele Reano

Daniele Reano

Laureato in Storia all'Università degli Studi di Torino, attualmente alla magistrale di Filologia, Letteratura e Storia antica presso l'Università degli Studi di Firenze. I miei interessi, oltre che alla storia greca e romana, sono rivolti alla politica estera, nazionale e territoriale. Adoro leggere per ore, visitare quanti più musei possibile, viaggiare in lungo e in largo per l'Europa e passeggiare nelle splendide valli alpine.