Ponzio Pilato strinse le mani a pugno fino a farsi sbiancare le nocche e di fronte all’arroganza del sommo sacerdote non fu più in grado di trattenersi. “Ti sei troppo lamentato di me con Cesare, e adesso è giunta la mia ora, Caifa! Adesso invierò io una notizia, ma non al governatore di Antiochia o a Roma, ma direttamente a Capri, all’imperatore stesso, la notizia che voi a Gerusalemme salvate dalla morte ribelli notori! Verrà sotto le mura della città l’intera Legione Fulminante, con la cavalleria araba, e allora udrai pianti amari e gemiti! Ricorderai allora Bar-Raban che hai salvato, e rimpiangerai di aver mandato a morte il filosofo con la sua predicazione di pace!”. Con queste parole il Ponzio Pilato del Maestro e Margherita di MiKhail Bulgakov “che ha un’incipiente calvizia, denti gialli, colorito giallognolo e dita sottili” e soffriva “giorno e notte di emicrania” si rivolge al grande sacerdote giudeo Caifa immediatamente dopo la condanna a morte di Gesù Cristo alla crocifissione.(1)  Per quanto il racconto di Bulgakov sia suggestivo e basato su un’approfondita lettura delle fonti si tratta di uno dei molti tentativi di romanzare un personaggio controverso come Pilato. Sulla sua figura si addensano le nubi che aleggiano intorno alla morte del messia del cristianesimo e una coltre di testimonianze diverse che ne complicano la decifrazione storica.

 

Difficile distinguere il Pilato storico dai tanti “Pilati” creati dalle diverse tradizioni, da quella evangelica a quella degli studiosi giudaici alle raffigurazioni più o meno fantasiose date dalla letteratura. Per tali ragioni una qualsiasi ricostruzione storica della vita di Ponzio Pilato deve partire dall’evidenziare la scarsità di fonti, a volte contraddittorie tra loro, con cui possiamo venire a contatto. Quel poco che possiamo dire è che Pilato era di probabile origina italica, come la maggioranza dei funzionari nella sua posizione. Di sicuro doveva essere membro dell’aristocrazia romana e appartenere all’ordine equestre, il cui cursus honorum iniziava, in genere, con un impegno di carattere militare come tribuno militare o prefetto di coorte e che qui Pilato avesse maturato una certa esperienza in ambito militare. Non sappiamo invece quanto avesse studiato dell’arte amministrativa, diplomatica e politica ma parebbe strano che gli venisse affidato un ruolo di primo piano in una zona difficile e complicata, come era la Giudea dell’epoca, se ne fosse stato completamente a digiuno.

 

Molto poco oltre a quanto detto poc’anzi si conosce della sua vita prima della sua nomina da parte dell’imperatore Tibero a prefetto della Giudea, avvenuta nel 26 d.C. e detenuta fino al 37 d.C. Sul titolo della magistratura ricoperta da Pilato le fonti non sono immediatamente chiare: Pilato viene variamente definito governatore (2)  e come procuratore (3). Per nostra fortuna la questione è stata sciolta grazie al ritrovamento di un’iscrizione mutila presso Cesarea nel 1958, che lo designa senza equivoci con il titolo di preafectus Iudeae, prefetto di Giudea.(4)

[Dis Augusti]s Tibereum

[- Po]ntius Pilatus

[praef]ectus Iuda[ea]e

[fecit d]e[dicavit] (5)

 

Per quanto riguarda il potere effettivo di Pilato, che poteva contare su  pochi funzionari alle sue dipendenze, doveva essere piuttosto limitato. Sebbene, dal punto di vista formale, il suo ruolo comportasse l’imperium, dunque sia lo ius gladii, il diritto a disporre della forza armata, sia lo ius coercitionis, ossia imporre il rispetto del diritto, esso era de facto limitato al mantenimento dell’ordine pubblico e all’accertamento della riscossione delle tasse. Per quanto riguarda le forze militari sotto il suo comando dovevano essere limitate ad un gruppo non molto folto di truppe ausiliarie, nel numero di cinque coorti di fanteria (per un totale di circa 2500-3000 effettivi) e un reggimento di cavalleria (tra le 120 e le 150 unità). (6) Dal punto di vista della gerarchia istituzionale non va dimenticato che all’epoca la Giudea era una prefettura che apparteneva alla provincia di Siria, il cui governatore era Lucio Elio Lamia, -poi sostituito da Lucio Vitellio- legato augusteo propretore, con poteri, responsabilità e prerogative molto più ampie del prefetto che, in aggiunta, doveva costantemente comunicare iniziative e problematiche al governatore.

 

Dal punto di vista giurisdizionale è probabile che il prefetto potesse anche intentare processi e comminare condanne e che questo potere potesse essere esercitato sia sia sui provinciali che sui cittadini romani. Non è chiaro se i tribunali giudaici potessero comminare pene capitali e sebbene sia plausibile che i romani avessere avocato a se stessi il diritto alla condanna a morte, non pare possa essere esclusa anche la condizione opposta. (7) In generale, come da prassi romana, la gestione della Giudea fu lasciata in larga parte nelle mani del sommo sacerdote, sulla cui nomina era prevista l’approvazione da parte del governatore e del prefetto, e dell’aristocrazia di Gerusalemme. Non è quindi possibile negare la presenza di un legame di fiducia tra il sommo sacerdote Caifa e Pilato poichè quando quest’ultimo entrò in carica non tentò in alcun modo di rimuoverlo dal suo incarico, potendo forse contare su di lui come amico di Roma che godeva, al contempo, di un certo ascendente sulla popolazione giudaica. (8)

 

La presenza in forze delle legioni romane nella zona siriana, pronte a muoversi per giungere in Giudea, è chiaro indizio di quanto fosse difficile tenere sotto controllo eventuali rivolte e ribellioni, tanto più se si considera che “le violenze seguite alla morte di Erode, rivolte soprattutto a bersagli romani […], fanno pensare che in Giudea l’amministrazione pagana non venne accolta con un consenso tanto generale come Flavio Giuseppe vorrebbe far credere.” (9)

 

Molto severo nei confronti di Pilato è il giudizio espresso da un altro grande esponente dell’élite colta giudaico-ellenistica come Filone di Alessandria, che nella Legatio ad Gaium stronca il prefetto romano: un uomo corrotto, licenzioso e crudele, che rubava e condannava senza alcun processo. (10) Di più: “Pilato era stato nominato procuratore della Giudea […] allo scopo di fare del male al popolo […] era uomo dall’indole inflessibile, testarda e crudele.” (11) E aggiunge “Tiberio -leggendo la lettera di denuncia contro di sopprusi di Pilato- quante cose e quanti insulti disse contro Pilato!” (12) ma “risulta chiaro che l’immagine di Pilato in Filone non è frutto di un attacco personale ma è un mosaico di parole ed espressioni correnti per parlare dei nemici dei giudei” (13). Un’immagine, quella restitutitaci dall’erudita alessandrino, maturata e legata ad un’opera, come la Legatio, nata in situazione di attrito e contrapposizione politica e per questo stereotipata e distorta.

 

Diverso è il giudizio che emerge in Flavio Giuseppe, che tra la Guerra Giudaica e le Antichità Giudaiche presenta Pilato in quattro differenti episodi, aventi come filo conduttore l’idea che ribellarsi contro Roma equivalga a rivoltarsi contro Dio, dal momento che è stato quest’ultimo a garantire l’ascesa al trono della dinastia Flavia. Nonostante questo, Flavio Giuseppe ci testimonia che i rapportii tra Pilato e comunità ebraica non dovevano essere molto distesi.

 

Nella Guerra Giudaica Pilato decide di sua volontà, contravvenendo alle norme giudaiche sull’idolatria e alla prassi dei magistrati romani suoi predecessori, di installare delle immagini dell’imperatore a Gerusalemme. A seguito delle rimostranze dei giudei, Pilato decise di convocare in nello stadio della città il popolo, come se volesse placare gli animi ma ad un segnale gli ebrei vennero circondati dai soldati, “rinchiusi da una schiera su tre righe, i giudei rimasero attoniti a quella vista inattesa, e Pilato minacciò che li avrebbe fatti massacrare se non avessero accolto le immagini di Cesare, e fece segno ai soldati di sguainare le spade.” (14) I giudei non si fanno intimorire: si gettano a terra carponi, con il collo proteso, pronti a morire come in un sacrificio. Posto davanti all’alternativa di un massacro o di recedere dalle proprie pretese, Pilato opta per quest’ultima e decide di ordinare il ritiro delle truppe. Le immagini a cui Flavio Giuseppe fa riferimento in questo episodio sarebbero le insegne sacre delle coorti di fanteria, truppe che Pilato avrebbe deciso di spostare da Cesarea, città costiera ellenizzata e sede del governo imperiale, a Gerusalemme per la pasqua imminente.(15) Le rimostranze a Cesarea appaiono al prefetto come un’ingerenza nel suo pieno diritto di disporre come preferisse delle sue forze militari e pare innegabile che avvertisse le richieste come una richiesta politico-nazionalista di avere meno soldati romani in loco. Oltre a questo è possibile ipotizzare che Pilato volesse mettere alla prova l’opinione pubblica contravvenendo ad una prassi consolidata ma, una volta compreso di averne sottovalutato la devozione decide di fare un passo indietro senza ulteriori tentativi attestati. (16)

 

L’altra iniziativa di cui ci è stato tramandato il ricordo riguarda la decisione di Pilato di usare una parte dei fondi del tesoro del Tempio di Gerusalemme, che doveva ammontare alla cifra di più di mille talenti, per il finanziamento di un acquedotto. Nonostante, di per sé, il prelievo avvene quasi certamente in accordo con i tesorieri del Tempio e la decisione rientrasse perfettamente nella tradizione di uso per la costruzione di edifici utili alla collettività, “la folla ribolliva di sdegno” e, una volta che il prefetto si recò in città, circondò l’edificio nel quale si trovava Pilato ma “quello, che già sapeva della loro intenzione di tumultare, aveva sparpagliato tra la folla i soldati, armati e vestiti in abiti civili, con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti e a un certo punto diede il segnale. I giudei furono percossi, e molti morirono per i colpi ricevuti, molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi […]. (17)

 

Per essere compresi, e capire qualcosa in più sia dell’agire di Pilato sia delle motivazioni che spingono Flavio Giuseppe a citare questi episodi, è utile che i due episodi siano letti insieme. Da una parte abbiamo una protesta pacifica che raggiunge l’obbiettivo sperato, dall’altro un’aggressione diretta al potere di Roma che si può concludere solo con un bagno di sangue. L’impressione che emerge da queste pagine è il tentativo di Pilato di affermare le proprie volontà ma limitando il più possibile l’uso della forza: nel primo caso l’esibizioni delle armi ha il tentativo di spaventare la folla e di “testare” la loro caparbietà nella richiesta, ossia vedere fino a che punto avrebbero potuto spingersi per veder accettate le proprie rimostranze; nel secondo caso Pilato sì ordina l’uso della violenza ma diretta solo contro quelli che per lui erano rivoltosi, senza utilizzare le spade e senza il dispiegamento in massa delle sue truppe.

 

Nelle Antichità Giudaiche, Pilato è presentato in quattro racconti, dei quali i primi due sono i medesimi della Guerra sopra citati. I seguenti trattano, molto brevemente, la condanna di Gesù, verso cui Giuseppe mostra comunque massimo rispetto, mentre il successivo riguarda i samaritani, piccola comunità israelitica, i quali seguendo un loro leader religioso si sarebbero armati e diretti verso un monte sacro per cercare alcuni vasi sacri a Mosé. “Ma Pilato li previene e fa occupare in anticipo la salita da una truppa di cavalieri e fanti, che affrontano e  […] alcuni ne uccidono, altri volgono in fuga, altri prendono prigionieri.”(18) lasciando intendere che un gruppo di uomini armati in movimento non poteva rappresentare altro per Pilato che una sommossa popolare. I samaritani si appellarono a Vitellio, il già citato governatore della Siria, lamentandosi delle azioni di quest’ultimo e ottenendo che fosse rimosso dall’incarico e inviato a Roma presso Tiberio. In quest’ultimo episodio è plausibile che Pilato fosse, ancora una volta, preoccupato di difendere l’ordine e impedire eventuali disordini che una folla armata poteva provocare. (19) La risposta alla violenza da parte dei samaritani è chiedere giustizia al legato di Siria, Vitellio, che in accordo al diritto e alla prassi, demanda il caso all’imperatore poichè non aveva il potere di rimuovere Pilato e nominarne un successore. L’epilogo della vita di Pilato non è altrettanto colmo di interesse. Caduto in disgrazia con la presa del potere da parte di Caligola e a seguito di queste ultime rimostranze giudee, fu forse esiliato dal nuovo imperatore in Gallia e stando alla testimonianza di Eusebio di Cesarea fu colpito da tante disgrazie da suicidarsi e divenire così punitore di se stesso. (20)

 

Daniele Reano

 

 

 

  1. Per un’analisi Rita Giuliano, Pilato e il vangelo secondo Bulgakov, Firenze 2013, p.143 e ss.
  2. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 55.
  3. Tacito, Annales, XV, 44, 3 e Filone Alessandrino, Legatio ad Gaium , 299 e ss.
  4. Annè Epigraphique, 1964, p.30.
  5. Le integrazioni sono proposte da Attilio Degrassi, Le iscrizioni dei cristiani, p.211.
  6. H.K.Bond, Ponzio Pilato, Brescia, 2008, p.40.
  7. Idem, p.44.
  8. Per una trattazione su questo tema J. Scheid, Pontius Pilatus, un fonctionnaire romain, in Ponzio Pilato, Storia di un mito, a cura di G. Jori, Firenze, 2013.
  9. H.Bond, op.cit. p.29.
  10. Filone di Alessandria, Legatio ad Gaium, 302.
  11. Idem, 300-301.
  12. Idem, 302.
  13. (Bond. p.63)
  14. Flavio Giuseppe Bell.Iud., II, 172.
  15. Flavio Giuseppe, Bell. Iud., II, 169-171.
  16. A.Schiavone, Ponzio Pilato, un enigma tra storia e memoria, Torino, 2017, p.80-84.
  17. Flavio Giuseppe, Bell.Iud., II, 175-176.
  18. Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, 18,95.
  19. McGing, Pontio Pilate and the sources, in CBQ 53 (1991), p.433.
  20. Eusebio di Cesarea, Hist.eccl., 2,7.

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Daniele Reano

Daniele Reano

Laureato in Storia all'Università degli Studi di Torino, attualmente alla magistrale di Filologia, Letteratura e Storia antica presso l'Università degli Studi di Firenze. I miei interessi, oltre che alla storia greca e romana, sono rivolti alla politica estera, nazionale e territoriale. Adoro leggere per ore, visitare quanti più musei possibile, viaggiare in lungo e in largo per l'Europa e passeggiare nelle splendide valli alpine.