Bordighera, 2 febbraio 1884

Caro Durand-Ruel, […] sto vivendo un’esperienza umana ed artistica ricca e forse irripetibile. La riviera ligure è rischiarata da un sole che modella le forme ed accarezza la natura, e le barche dei pescatori solcano le acque d’un mare verde-blu che non vi posso descrivere a parole. Acqua, fiori e poesia si confondono in un’armonia musicale di colori che i miei occhi non hanno mai incontrato. […] Inoltre per dipingere certi paesaggi bisognerebbe avere una tavolozza di gemme e diamanti. È mirabile.

Claude Monet

Veduta di Bordighera, 1884

Quando nel 1883 il maestro impressionista scopre assieme all’amico Auguste Renoir la deliziosa Bordighera, nel corso di un viaggio itinerante che li porterà da Parigi fino a Genova, lo sconcerto è tale da indurlo a ritornarvi l’anno seguente in solitudine.


La lettera sopra riportata è una delle prime scritte da Claude al suo gallerista proprio durante quest’ultimo soggiorno; se l’artista aveva inizialmente previsto di restare per un mese nella cittadina, la sua permanenza in Liguria dura ben 79 giorni: in questo lungo periodo di tempo, realizza un totale di 38 opere, che rappresentano per lui un sofferto tentativo di catturare quanto più fedelmente possibile il rapimento che vivono i suoi occhi e il suo cuore.

Consultando la corrispondenza prodotta durante il viaggio possiamo capire al meglio la natura del sentimento nutrito da Claude per l’incantevole borgo medievale. In una lettera del 26 gennaio, rivolta all’amata Alice Hoschedé, leggiamo:

Cara Alice, […] è tutto assai difficile da realizzarequeste palme mi fanno dannare e poi i motivi sono estremamente difficili da ritrarre, da mettere sulla tela. Qui è talmente folto dappertutto… È delizioso da vedere. Si può passeggiare indefinibilmente sotto le palme, i limoni e gli splendidi ulivi, ma quando si cercano dei soggetti è molto difficile. Vorrei fare degli aranci che si stagliano sul mare azzurro, ma non sono ancora riuscito a trovarne come voglioQuanto al blu del mare e del cielo, riprodurlo è impossibile. Comunque, ogni giorno aggiungo e scopro qualcosa che prima non avevo saputo vedere. Questi luoghi sembrano fatti apposta per la pittura en plein air. Mi sento particolarmente eccitato da quest’esperienza e, dunque, penso di tornare a Giverny più tardi del previsto.

Monet lavora dunque en plein air, secondo i dettami impressionisti, combattendo allo stesso tempo contro la meraviglia disarmante di Bordighera e la continua, bruciante insoddisfazione suscitata dal non riuscire a ritrarla come vorrebbe.


L’artista si manifesta sensibile in particolare alla bellezza del Giardino Moreno (oggi ancora parzialmente visibile tra via Romana e via Tumiati, lungo il sentiero del Beodo, negli attuali “Giardini Monet”), nei giardini di Villa Palmizi e Villa Schiva.

Giardino Moreno a Bordighera, 1884

Già verso la fine degli Anni Settanta dell’Ottocento, il Giardino Moreno è celebrato con entusiasmo dalle prime guide turistiche d’Europa: gloria di ulivi, aranci, limoni, mandarini, palme e piante rare, si estendeva dal mare alla collina per quasi 80 ettari; il 5 febbraio 1884 Claude lo racconta ad Alice come «indescrivibile, è magia pura, tutte le piante del mondo crescono là nella terra e senza sembrare curate; è un groviglio di palme di ogni varietà, di ogni specie di aranci e mandarini.»

The Olive Tree Wood in the Moreno Garden, 1884

Un nuovo amore si offre al pittore nella fredda mattina del 17 febbraio, quando, in compagnia di alcuni signori inglesi conosciuti nella pensione ove soggiorna, raggiunge la vicina Dolceacqua: essa fiorisce a 10 km da Ventimiglia e a 13 da Bordighera, nel cuore dell’entroterra ligure punteggiato di uliveti e vigneti, gioiello appartenuto alla contea di Nizza fino al 1860.

Fra i tesori che più colpisono Monet vi sono il caratteristico ponte sul torrente Nervia (da egli definito «gioiello di leggerezza») e la fortezza che svetta sulla sovrastante collina: la tela che li fotografa, Il ponte e il castello, rimane ancora oggi una delle più celebrate nella storia dell’Impressionismo.

Il ponte e il castello, 1884

Il cantiere del castello fu inaugurato nel XII secolo dai conti di Ventimiglia, per subire nel tempo più modifiche.


L’originario impianto feudale, protetto sino alla fine del Duecento da una torre circolare, venne ampliato e inglobato in una cinta muraria più estesa nel secolo successivo; l’edificio mutò ancora aspetto  nel Rinascimento, divenendo una residenza signorile maestosa e fornita d’un importante apparato difensivo.


Forte a numerosi assedi, il castello dovette purtroppo soccombere alla guerra di successione austriaca, quando nell’estate del 1744 fu devastata dalle artiglierie franco-ispane. Trasferitisi i marchesi Doria nel palazzo cinquecentesco accanto alla chiesa parrocchiale, l’abbandonata fortezza subì ulteriori danni a causa del terremoto del 1887.

Con i suoi 33 metri di luce, il ponte di Dolceacqua collegava la fortezza al giardino dei Doria, ed era a uso esclusivo dei nobili stessi (il volgo percorreva invece il guado di San Giorgio).


Le carte del Theatrum Sabaudiae raccontano che, in seguito alla restaurazione di Andrea Doria, si era provveduto a erigere all’altezza del ponte un’arginatura contro le alluvioni del torrente Nervia; l’area circostante fu quindi convertita a giardino rinascimentale nella seconda metà del XV secolo, coltivato a piante di pregio e agrumeti, nonché provvisto di una fonte monumentale al suo centro, il trolio.

Divenuto simbolo di Dolceacqua e ribattezzato con il nome del maestro impressionista che tanto lo omaggiò, il ponte collega i due poli della cittadella, distinti nel “Borgo” (il nuovo quartiere edificato a partire dalla seconda metà del XV secolo) e nella “Terra” (l’area inscritta nelle mura medievali): imboccarlo significa varcare la soglia di un mondo remoto e fiabesco, un labirinto di carrugi [1] sui quali si affaccia il fascino delle antiche abitazioni sviluppate fino a sei piani di altezza.

150 anni di storia non hanno saputo alterare l’universo che conquistò l’anima e l’arte di Claude Monet, viaggiatore dallo sguardo appassionato e appassionante, capace di “leggere” nel profondo i paesaggi e di appropriarsene, prima di restituirli in un incalzante vibrare di colore e di luce.

Di Silvia Frison

[1] stretto vicolo tipico dei borghi liguri.

About the author

Silvia Frison

Silvia Frison

Silvia Frison si è laureata con lode in Storia e tutela dei Beni archeologici, artistici, archivistici e librari presso l’Università degli Studi di Firenze, con tesi Un palazzo «anticamente moderno»: fonti grafiche e interpretazioni nell’Antico nei primi due cantieri di palazzo Pitti; attualmente è specializzanda in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. I suoi
interessi di ricerca sono orientati alla storia dell’architettura e alla grafica, con particolare riferimento all’antichità e al Quattro-Cinquecento fiorentino e romano.

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