Alcune oche crescono sugli alberi, penzolando dai rami come veri e propri frutti. La lepre è un animale ermafrodita, capace di riprodursi da solo: per quattro mesi all’anno è maschio, mentre per i restanti otto è femmina. La iena è capace di imitare perfettamente la voce umana, cambia sesso a proprio piacimento e quando si accoppia col leone dà alla luce la misteriosa leucrotta.

Questi sono solo alcuni esempi, del genere di informazione in cui si può incappare, quando leggiamo un bestiario medievale. Giudicare le concezioni antiche alla luce delle moderne tassonomie scientifiche, tuttavia, sarebbe un grossolano errore. Per comprendere come l’uomo medievale osservi ed interpreti la realtà, è doveroso tenere a mente alcuni concetti cardinali.

Alla base della mentalità medievale, intanto, bisogna evidenziare la centralità del pensiero analogico: ogni cosa è giudicata in base ad un insieme di proprietà distintive, che la possono accomunare come anche contrapporre ad un’altra. Questa concezione si fa particolarmente evidente, se si considera l’importanza che per tutto il Medioevo si è accordata all’etimologia: la senefiance di un oggetto, nella maggior parte dei casi, si esprime infatti già a partire dal suo nome.

Quel che i linguisti moderni chiamano arbitrarietà del segno, comunque, è quanto di più distante possa esserci, dall’idea che di questa scienza poteva avere un dotto uomo dell’Età di Mezzo: tutto ha una sua motivazione intrinseca, che si esprime appieno proprio nella sua forma verbale.

La volpe (vulpes) è così chiamata perché cammina a zig-zag (da volutans pedibus). Sant’Agostino afferma che il corvo, animale poco amato dalla cristianità, è un procrastinatore nato, un pigro vizioso. E ciò lo si può facilmente evincere dal verso che fa (cras cras, domani, domani!).

L’urgenza di giustificare lo stato delle cose, quali esse paiono accadere in natura, ha sempre la meglio su qualsiasi volontà di raffigurarle in modo coerente e preciso. Il valore di ogni cosa, vegetale animale minerale, è l’unico elemento che valga la pena di indagare.

Ci si è a lungo interrogati sul perché, nelle arti figurative del tempo, la verosimiglianza sembri essere stata del tutto accantonata. La risposta, che solitamente si propone, consiste proprio nell’ammettere quanto gli attributi iconografici (e con essi, di converso, anche quelli morali) siano il criterio principale con il quale si è tentato di leggere la natura e, al contempo, di rappresentarla.

Questo è particolarmente vero a partire dal XII secolo, quando le convenzioni utilizzate in ambito figurativo si incrociano ad un fenomeno di intensa caratterizzazione simbolica delle classi sociali: si moltiplicano i segni distintivi di appartenenza a un gruppo, a partire dalla diversificazione dei nomi di battesimo, passando poi per la comparsa dei cognomi ed approdando, quindi, ad una sempre più rigida regolamentazione dei codici di abbigliamento, al proliferare di stemmi araldici e delle molteplici insegne di rango, di funzione e di grado all’interno del corpo sociale.

La strutturazione della civitas, in senso sempre più vistosamente corporativo, riflette certo un’esigenza profondamente medievale: quella di appianare i distinguo, di incardinare ogni cosa all’interno di una categoria che non sia eccessivamente ambigua. La civiltà medievale non ama le screziature, i chiaroscuri: ad essi preferisce la limpidezza, la monocromaticità.

Un aspetto della sensibilità medievale che potrebbe farci sorridere, ma che è qualcosa di ben più profondo di una semplice superstizione. I cavalli migliori sono quelli dal bel manto uniforme: i più apprezzati sono quelli bianchi e quelli neri, seguiti dagli esemplari bai e grigi. I cavalli pomellati, vaiati o maculati, sono invece considerati sgraziati, latori di virtù più demoniache che angeliche, e costituiscono di solito la cavalcatura di personaggi di poca fede, se non dei vigliacchi.

Nel Medioevo la cultura zoologica, insieme alle fondamentali considerazioni di ordine morale che vi si legano, si esprime soprattutto in due generi di produzione libresca: quella del bestiario (particolarmente diffuso in Francia e Inghilterra, fra XII e XIII secolo) e quella dell’enciclopedia, diretta diramazione delle antiche compilazioni naturalistiche, tramandate dal mondo greco-romano. A queste bisogna inoltre sommare un numero quasi sterminato di favole, trattati di caccia e di falconeria, opere di veterinaria e infine manuali di ogni tipo, da quelli riguardanti l’equitazione a quelli di agronomia, di piscicoltura, di apicoltura.

L’antecedente più illustre dei bestiari, nonché metro di confronto obbligato con essi, è un testo alessandrino del II secolo d. C., di autore anonimo, dal titolo di Physiologus (“Il naturalista”). Esso contiene la trattazione, profondamente allegorica, di una quarantina di specie animali fra quadrupedi, uccelli e serpenti, oltre a quella di alcune pietre dal particolare interesse culturale.

Su questo prototipo antico, andarono successivamente ad innestarsi i nuovi contributi della patristica (Sant’Ambrogio e Sant’Agostino) e compendi di varia natura, fra i quali è doveroso citare Isidoro da Siviglia (autore delle celebri Etimologie del VII secolo). Tutti questi autori dipendevano, nella stesura dei loro testi, dalla sterminata Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (77-78 d.C.), compendiata da Solino nel III secolo (Collectanea rerum memorabilium). Altre fonti di particolare importanza rappresentarono i trattati di medicina compilati da Dioscoride (I secolo) e Galeno (II secolo).

Fin dall’età carolingia (VIII-IX secolo) le sezioni che nelle enciclopedie erano dedicate agli animali, iniziano ad accrescersi esponenzialmente, fino ad occuparne spesso la maggior parte. Questi testi, ancora facenti parte di un’opera dal respiro più generico, vengono già soprannominati col termine Bestiarium.

Con l’esplosione della cultura cortese (XII secolo) e la riscoperta di Aristotele (XIII secolo), si registra quindi un vero e proprio boom, nella produzione di codici ora completamente adibiti a bestiari.

Il vocabolo francese bestiaire compare per la prima volta in un testo del monaco anglo-normanno Philippe de Thaün, che ne compone uno in versi (1121-1130). Di lì a poco, quindi, compariranno i primi veri e propri bestiari, caratterizzati dall’uso della prosa e di una lingua volgare (tedesco antico, medio francese, norreno, medio olandese, toscano, veneziano, galiziano, catalano…).

Forse il più celebre fra tutti è quello di Pierre de Beauvais, monaco che lavora per il casato comitale di Dreux, il quale agli inizi del XIII secolo pubblica il suo Bestiaire: composto in dialetto piccardo, esso si struttura in trentotto capitoli, e sarà un modello di rifermento per tutto il secolo a seguire. Ispirerà addirittura un genere di poco successivo, quello del Bestiaire d’Amours, che prova ad offrire ai lettori un prontuario per conquistare la donna, a partire da esempi animali (virtuosi e non).

L’epoca che separa il decennio 1170/1180 da quello 1320/1330 è considerata dagli studiosi l’età d’oro del bestiario miniato. È in questa forma, del resto, che la maggior parte delle persone lo ricorda. I manoscritti erano solitamente commissionati da vescovi e conventi, ma non mancavano all’occorrenza sovrani, o grandi signori feudali, che ne esigevano uno per la propria biblioteca. Una volta delineato il lungo processo, che dai compendi tardo-antichi ha condotto al bestiario illustrato del Basso Medioevo, passiamo ora ad illustrarne il contenuto.

Gli autori medievali mantengono invariata la riduzione delle specie in cinque categorie, già invalsa fra Greci e Romani. Solitamente, tranne qualche rara eccezione, gli animali vengono tutti ricondotti alle seguenti famiglie: Quadrupedi, Uccelli, Pesci, Serpenti e Vermi.

Quadrupedi domestici – Il Gatto
Agli occhi medievali il gatto assume, nel complesso, una valenza profondamente negativa. Tuttavia, è possibile individuare due distinti atteggiamenti, nei suoi confronti: quello del primo Medioevo e quello che si evolve a partire dal XIV secolo. Inizialmente, il gatto è infatti considerato un animale latore di disgrazie. Il suo vedere al buio, il suo comportamento così elegante eppure furbesco, farebbero pensare che la sappia molto lunga. Troppo, probabilmente. Insieme al caprone, è così al centro dei bestiari di magia nera (come del resto ogni animale notturno). Il gatto non deve inoltre mai, mai mettere piede in casa, perché provocherebbe solo sfortuna e disgrazie a non finire. Al netto di questo diffuso sospetto, comunque, al gatto si accordano anche alcune virtù indiscutibili: l’equilibrio (casca sempre sulle zampe) e la pulizia (è molto attento alla propria igiene, sotterra i suoi escrementi per non appestare le vicinanze). La gatta, poi, è considerata il simbolo di una buona maternità cristiana: essa si accoppia non per lussuria (come dimostrano le strazianti grida che emette durante l’amplesso) ma per avere dei cuccioli, i quali poi curerà e proteggerà anche a costo della vita. Dopo la terribile Peste Nera (1346-1350), questo felino si rivela particolarmente utile nello stanare i roditori, già correttamente considerati vettori della malattia, subentrando nel ruolo che, fin dall’Antichità, era riservato alla donnola. Da allora, quindi, il gatto entrerà stabilmente nelle case, dove permane a tutt’oggi, amato e riverito dall’uomo.

Alla prima di esse (quadrupedes) appartengono di norma tutte quelle creature che possiedono più di due zampe. Al suo interno vi è un’importante distinzione, che contrappone gli animali selvatici a quelli domestici. È fondamentale non intendere questi due termini nell’accezione che oggi se ne usa. Nel Medioevo, infatti, “domestico” è qualsiasi animale viva all’interno o nei dintorni della casa (e quindi, oltre al cane o all’asino, anche ratti, merli, volpi e faine, che amano assediare i pollai incustoditi). Allo stesso modo, sono da intendersi come “selvatici” tutti quegli animali che si caratterizzano per una forte indole individuale, come ad esempio il toro. Gli animali più inquietanti, in base a tale interpretazione del mondo, sono quelli che presentano sia una variante domestica che una variante selvatica, risultando pertanto ambigui e bizzarri. È il caso, ad esempio, dei maiali, degli asini e delle capre.

Quadrupedi selvatici – L’Orso
L’orso è senz’altro fra gli animali più significativi del medioevo europeo. Per molti secoli, prima che la chiesa cattolica lo scalzasse dal suo ruolo (VIII-XII secolo), era stato il Re della Foresta, simbolo in sé di forza, regalità e potenza. Ad esso il cristianesimo preferisce il leone (animale celebrato spesso nelle Scritture) e il cervo (animale coraggioso e ben più aggraziato, dalla profonda impronta cristologica). L’orso si macchia continuamente di quattro fra i Sette Vizi Capitali: ira (è una bestia molto aggressiva), pigrizia (passa un terzo dell’anno a dormire), gola (è onnivoro) e lussuria (l’orsa mette al mondo i suoi piccoli precocemente, solo per poter tornare ad accoppiarsi; il maschio, invece, violenta le ragazze vergini). C’è chi crede che durante il letargo scenda proprio all’Inferno, per farsi istruire dal Maligno su come spargere il peccato sulla Terra. Ciò nonostante, è una figura associata a molti santi (Amando, Rustico, Colombano, Gallo) e il suo grasso è spesso smerciato come unguento, per far ricrescere i capelli o guarire dall’impotenza.

Il Medioevo ammira talmente tanto, il mondo dei volatili, da dedicare buona parte di un bestiario ai soli uccelli. L’esigenza di conoscerli è così diffusa, tanto profonda, da determinare la produzione di altri generi di compilazione a sé stanti, quali l’Aviarium e il Volucrarium (XIII secolo). Regina incontrastata del cielo rimarrà, per tutta la durata del Medioevo, l’aquila. Altre specie di importanza vitale, per la loro simbologia cristologica o, al contrario, mefistofelica, sono la colomba e il corvo. Grande avversione è nutrita, invece, per i rapaci notturni (gufi, civette), che scontano la pessima opinione che il Medioevo ha dell’oscurità.

Uccelli – Il Corvo
Il corvo, così come l’orso, sconta nel Medioevo la centralità che ha ricoperto nel mondo pagano. Celti, Germani e Slavi lo adorano sinceramente (il corvo è il primo attributo di Lug, divinità principale del pantheon celtico; i corvi Huginn e Muninn volano per il mondo e raccontano tutto ciò che hanno visto al guercio dio Odino). Greci e Romani ne celebrano l’intelligenza, la memoria, le facoltà divinatorie. Il cristianesimo, di converso, vi individua l’immagine del peccatore, reso nero dalle proprie colpe. Il corvo è un ladro, che ruba tutto ciò che vede; un ingordo, che non rispetta né la Quaresima né il digiuno del venerdì; si pensa che sia un parricida e un cannibale. Quando divora una carogna, inoltre, inizia sempre dagli occhi, da cui può accedere prima al cervello, che è sede dell’anima. Esso, come se non bastasse, è un ipocrita e un traditore: finge di essere ottuso, quando in realtà è l’animale più intelligente fra tutti (come del resto conferma la ricerca etologica contemporanea); vola sempre vicino alla sua amica volpe, che però viene catturata dai cacciatori proprio perché individuabile grazie al suo volo. Sebbene a partire dal Medioevo esso diventi sempre più una caricatura (come attestano anche le fiabe e i proverbi di età moderna), il corvo ha almeno qualche aspetto positivo. Il suo continuo gracchiare lo assimila alla figura del predicatore cristiano; il suo manto nero ricorda il saio di un monaco benedettino.

Nel Medioevo il mare è un luogo visto con estremo sospetto. Molto prima dell’epopea oceanica del Cinque-Seicento, ad anni luce di distanza dal sogno romantico del marinaio avventuroso, in quest’epoca lo si considera una pericolosa anticamera dell’Inferno. Indeterminabilmente profondo, abitato da creature di cui si ignora praticamente tutto, è anche la scenografia eventuale della morte più atroce fra tutte: l’annegamento. Esso, al di là del comprensibile orrore che istiga spontaneamente al solo pensiero, è infatti il più abominevole fra tutti i modi che esistono, per accomiatarsi dalla vita. Nel Medioevo, annegare significa morire senza gli estremi sacramenti, né tantomeno una sepoltura. Al pesce di mare (sgombri, cefali, aringhe), si preferisce di gran lungo quello d’acqua dolce, considerato più puro e nutriente. Anche in questo caso, la mentalità analogica sfata ogni possibile dubbio sull’eventuale rispettabilità della vita marinaresca: la pericolosa assonanza fra pêcher (pescare) e pécher (peccare) parla infatti da sola.

Pesci e mostri marini – La Balena
La balena, così come molte creature degli abissi, rappresenta un enigma, nel Medioevo. È sicuramente l’animale più grande fra tutti, enorme, quasi indescrivibile. Ciononostante, non è mai considerata la regina dei mari: questo ruolo, infatti, è ricoperto dal delfino, che nell’iconografia indossa spesso una corona. La balena è la rappresentazione del proibito, e più precisamente della tentazione: si dice che abbia un alito delizioso, con cui attira frotte innumerevoli di ingenui pesci, che vanno così ad accatastarsi, a tonnellate, nel suo immenso stomaco. Ama riposare a pelo d’acqua, a volte per anni, per secoli, tanto che sul suo dorso crescono ben presto piante e arbusti. I marinai la scambiano così per un’isola, rischiando di essere inghiottiti dai flutti, non appena essa sceglie di inabissarsi nuovamente. La balena ha un’importanza capitale, nell’economia dei popoli marinareschi: è fonte generosa di pelle, denti e fanoni, così come di olio, grasso e carne. La caccia a questo animale, tuttavia, è talmente pericolosa da produrre, in paesi come la Norvegia e l’Islanda, statuti normativi molto precisi e severi, e addirittura le prime forme di polizza assicurativa per i pescatori che vi si dedicano.

La categoria dei serpenti è quanto mai vasta. Essa comprende, oltre ai più comuni rettili (dalle vipere alle lucertole, compresi il camaleonte e il ramarro) anche specie che noi considereremmo più precisamente anfibi (rospi, salamandre) o del tutto estranee a questo phylum (è il caso della lumaca). Nella grande famiglia dei serpenti, inoltre, va annoverato anche uno degli animali in assoluto più rappresentati e simbolicamente definiti di tutto il Medioevo: il drago, che è considerata una creatura indiscutibilmente reale quanto importante.


Serpenti e vermi – Il Drago
Il drago è senz’altro la creatura più emblematica del bestiario medievale. Un animale considerato assolutamente reale, che si pensa provenga dall’Etiopia o dall’India, e che popola ogni angolo della Terra. Esso è la bestia più completa fra tutte, intrattenendo relazioni con ognuno dei quattro elementi (acqua, terra, fuoco, aria) e con in cinque sensi (vista, olfatto, udito, tatto, gusto). È polimorfo e polivalente, ne esistono innumerevoli tipologie: dall’idra (che ha sette teste) all’anfisbena (che ne ha due, una sul collo e una sulla coda), per arrivare al “drago del paese delle Amazzoni” (che invece ne possiede tre, una grande e due piccole ai lati). A seconda della specie, può abitare nel mondo terrestre, in quello acquatico o in quello celeste. Nonostante molti suoi caratteri esteriori siano del tutto fluidi (come ad esempio il colore, che può essere giallo, verde, rosso, fino a comprenderli tutti quanti, in una variante camaleontica che lo fa sembrare un arcobaleno), presenta, nell’iconografia, qualche elemento fisso: la lingua a tridente, la cresta dorsale e il fatto che sputi fuoco. Esso, di fatti, rappresenta la fusione instabile di innumerevoli creature della tradizione biblica, mesopotamica, greco-romana e germanica. Fino all’epoca romanica, demoni e draghi presentano spesso comuni ali da uccello, che li assimilano pericolosamente agli angeli. È a partire dal XIII secolo, quindi, che le antiche ali piumate vengono sostituite da ben più diaboliche ali di pipistrello: Jurgis Baltrušaitis (1873-1944), nel suo celebre “ Il Medioevo fantastico – Antichità ed esotismo nell’arte gotica”, ipotizza che tale iconografia sia da far risalire alla Cina di epoca Tang (618-907), da cui successivamente si è diramata in Occidente, grazie ai precoci commerci e all’espansione mongola. Il drago è un mostro, che tutto sa e tutto vuole: sconfiggerlo equivale a far prevalere la Buona Novella sul Peccato. I santi più venerati, spesso, sono proprio quelli che hanno combattuto un drago (Michele, Giorgio, Marta, Margherita).

Il mondo dei vermi (vermes) è ancora più vasto e disparato, comprendendo tutto ciò che l’entomologia moderna, a partire dal XVI secolo, ha definito “insetti”. Ad essi si sommano, in un modo che può lasciare il lettore contemporaneo un po’ perplesso, anche piccoli mammiferi come il toporagno, così come – e questo è veramente curioso – la lince, considerata da molti bestiari “un grosso verme bianco”.

Concludendo, pare che il Medioevo sia stato un’epoca particolarmente interessata agli animali, anche se con modalità che oggi stentiamo a comprendere del tutto. Sicuramente, rispetto all’antichità classica e biblica, questa curiosità si è rivelata ben più marcata e diversificata. Non mancano, nell’Antico Testamento, riferimenti al mondo animale (il corvo e la colomba di Noè; il leone sconfitto da Sansone; il cinghiale che devasta la vigna del Signore), così come nei Vangeli (a partire dalla metafora dell’Agnello del Salvatore, per non dire dell’asino che conduce Giuseppe e Maria in Egitto, dell’asina su cui Gesù entra a Gerusalemme).

Rispetto al Medioevo, però, gli antichi hanno guardato raramente agli animali come a un oggetto di studio particolarmente interessante. Se si escludono le riflessioni di alcuni filosofi (Aristotele in primis), o l’impiego degli animali per alcuni generi letterari specifici (poesia bucolica, favolistica, satira), è con il trionfo del cristianesimo che, in effetti, gli animali salgono alla ribalta della storia. E le domande riguardanti il loro possedere un’anima o meno, sull’opportunità di considerarli esseri coscienti (e quindi anche passibili di processo) o sul loro eventuale dovere di rispettare i dettami alimentari, come qualsiasi buon cristiano, perseguiteranno l’uomo medievale per secoli.

Non ha forse torto il filosofo James Rachels (1941-2003), quando afferma che la svolta darwiniana (1859) ha condotto ad una situazione del tutto inedita: considerando per la prima volta l’essere umano alla stregua di una scimmia, e quindi animalizzandolo, si è finiti con l’umanizzare spontaneamente anche le altre creature. E se la nostra epoca dimostra una così spiccata sensibilità verso gli animali, non è da ascriversi esclusivamente ai progressi del sapere biologico. Rispetto a tanti pensatori moderni, i contemporanei spartiscono, col Medioevo, molto più di quanto non si creda. Le riflessioni contenute nel Trattato sugli animali di Condillac (1755), nell’Emilio di Rousseau (1762) e la nozione di diritto animale che ne è conseguita, sono in verità più consone ai modi di ragionare dell’etica aristotelico-tomista (XIII secolo), piuttosto che del razionalismo seicentesco.

Di Lorenzo Hofstetter

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

– MICHEL PASTOUREAU, Bestiari del Medioevo (Einaudi, 2012)

– NONA C. FLORES, Animals in the Middle Ages (Routledge, 2016)

– FRANCIS KLINGENDER, Animals in Art and Thought to the end of the Middle Ages (M.I.T. Press, 1971)

– JOYCE E. SALISBURY, The Beast within – Animals in the Middle Ages (Routledge, 1994)

– JURGIS BALTRUŠAITIS, Il Medioevo fantastico – Antichità ed esotismo nell’arte gotica (Adelphi, 1993)

http://bestiary.ca/

About the author

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter

Lorenzo Hofstetter è nato a Brunico, capoluogo storico della Val Pusteria, nel 1995. Cresciuto a Firenze, è qui che al momento studia e scrive. Nel 2018 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti (Momenti Visuali; L'Erudita) e ha conseguito la laurea in Storia e Tutela dei Beni Archeologici.

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