“Alessandro Magno fu sepolto vivo: fu colpito da una malattia paralizzante.”

(Corriere della Sera, 31 gennaio 2019 (modifica il 1 febbraio 2019 19:12)

 

“Colpito da una sindrome che paralizza, Alessandro Magno sepolto vivo.”

(Ansa.it, 30 gennaio 2019 11:26)

 

“Alessandro Magno sepolto vivo e paralizzato dalla rara sindrome di Guillain-Barré.”

(Scienze.fanpage.it, 30 gennaio 2019 18:49)

 

“Alessandro Magno fu sepolto vivo: colpito da una sindrome paralizzante, morì dopo sei giorni dalla tumulazione.”

(Il Fatto Quotidiano, 31 Gennaio 2019)

 

Questi sono alcuni titoli che la stampa italiana ha dedicato alla notizia della pubblicazione di un paper della dott.ssa Katherine Hall sul trentaduesimo volume del The Ancient History Bullettin intitolato Did Alexander the Great Die from Guillain-Barré Syndrome?.

Davvero questo studio dimostrerebbe che Alessandro sia stato sepolto vivo?

In estrema sintesi la ricerca di K. Hall suggerisce che la causa della morte di Alessandro Magno sia stata una particolare tipologia della sindrome di Guillain-Barré chiamata AMAN (acute motor axonal neuropathy), un raro disturbo neurologico autoimmune che intacca il sistema nervoso periferico causando dapprima la paralisi degli arti inferiori seguiti da quelli superiori, per poi impedire la capacità di parola e causando, infine, la morte per mancato funzionamento dei muscoli respiratori. Causa scatenante della risposta immunitaria che avrebbe colpito erroneamente i tessuti nervosi sarebbe un’infezione di Campylobacter jejuni, la quale sarebbe stata a sua volta la causa delle acute fitte allo stomaco avvertite dal re macedone durante gli ultimi giorni di vita.

I medici di Alessandro non sarebbero stati in grado di diagnosticare la malattia del figlio di Filippo II e avrebbero dato Alessandro per morto data l’estrema difficoltà nel cogliere la vitalità del sempre più debole respiro, nonostante probabilmente rimase ancora in vita per quasi una settimana. Questo, secondo la dott.ssa Hall, spiegherebbe il perchè il corpo di Alessandro non abbia iniziato il suo processo di decomposizione se non dopo svariati giorni dalla morte, come sostenuto da alcune fonti.

 

La ricerca è condotta rigorosamente, ha un solido apparato bibliografico e illustra un’ipotesi interessante dal punto di vista medico ma al contempo presenta, a mio personale avviso, una serie di problematicità. L’affermazione “[…] there is also the impression given from reading the accounts of his death that Alexander may have developed a progressive, symmetrical and ascending paralysis which first rendered him unable to walk, then unable to move his arms and finally took his ability to speak.” ritengo che sia eccessiva. L’impressione che emerge dalla lettura delle fonti è quella di una generale difficoltà a compiere qualsiasi azione, come mangiare e compiere i sacrifici, che con alcuni sforzi continuò a compiere con sempre maggiore difficoltà, fino alla fine della sua vita. Nessuna fonte menziona paralisi discendente e bilaterale: si rileva solo una febbre, la difficoltà ad alzarsi dal letto, a farsi aiutare in ogni azione quotidiana e un dolore lancinante all’addome e alla schiena, anchr se quest’ultimo dettaglio è menzionato solo in alcuni autori. Ritengo inoltre che sia eccessiva l’importanza che viene assegnata da K.Hall alla decomposizione del corpo ritardata: solo una parte delle testimonianze lo cita, in particolare Curzio Rufo, e lui stesso dice che in fondo è solo una fantasia. Al netto di queste considerazioni nel paper in oggetto non è sostenuto da nessuna parte che Alessandro Magno sia stato sepolto vivo.

Per scogliere ogni dubbio torniamo alle fonti.

Le fonti storiche su Alessandro Magno sono numerose: Arriano con le sue Anabasis Alexandri, Curzio Rufo nelle Historiae Alexandri Magni Macedonis oltre che Plutarco, Diodoro Siculo e il riassunto di Giustino della storia universale di Pompeo Trogo intitolata Historiarum Philippicarum.

Sappiano inoltre che Callistene e Clitarco di Alessandria, storici della corte di Alessandro, Tolemeo, diadoco e futuro fondatore della dinastia lagide egiziana, Aristobulo di Cassandrea, comandate della navi di Alessandro, e Nearco, ammiraglio della flotta macedone, scrissero a proposito di Alessandro ma di tutti questi non abbiamo che pochi frammenti sparsi, anche se è possibile che siano stati a loro volta le fonti degli autori sopra citati.

 

Arriano riporta, sulla base dei Diari reali, che la febbre che colpì Alessandro sarebbe iniziata diversi giorni prima della sua morte, dopo una notte di feste e bevute con il suo amico Medio, che sarebbe poi peggiorata nei giorni successivi. In questo lasso di tempi avrebbe continuato a compiere sacrifici, a prendere i consueti bagni e a dare ordini ai comandanti, anche quando “stava ormai molto male .” Una sera “quando entrarono i generali, li riconobbe ma non potè dire nulla, poiché era senza voce.”. Questi, secondo Arriano, interrogarono Serapide e il dio, per mezzo dei sacerdoti, rispose che era meglio per lui restare dove fosse. “Gli eteri riferirono questa risposta e, non molto dopo, Alessandro morì.”[1] Poco oltre aggiunge le varie versioni sulle cause della morte del re macedone “che gli fu inviato un veleno da Antipatro, che a prepararlo per Antipatro sia stato Aristotele il quale […] temeva Alessandro” o che fosse implicato lo stesso Medio, sebbene Arriano ammetta che “tutte queste storie le ho riferite perché non sembri che io ignori siano state dette, e non perchè siano credibili a raccontarsi.”[2]

 

Curzio Rufo sostiene che Alessandro, ormai ad un passo dalla morte, permise ai propri soldati di rendergli un ultimo omaggio nella propria tenda, e che “incredibile a dirsi e a raccontarsi, mantenne il corpo nella stessa posizione che aveva assunto quando si accingeva a far entrare i soldati, finché non fu salutato per quell’ultima volta da tutto l’esercito al completo.” [3] Dopo la sua (presunta?) morte, mentre i generali e i membri della sua corte passavano il tempo a spartirsi l’impero e ad assegnarsi le satrapie, il corpo del re venne deposto in un sarcofago e qui lasciato per sei giorni. Nonostante “in nessun’altra regione il caldo è più rovente che in Mesopotamia, quando finalmente gli amici furono liberi di dedicarsi al corpo esanime, coloro che si accostarono non lo videro per nulla alterato dalla composizione e neppure dal minimo lividore. Perfino quel vigore che proviene dal soffio vitale non aveva ancora abbandonato il suo volto.”[4] Tanto che Caldei ed Egiziani, responsabili della sua mummificazione “dapprima non osarono posare le mani su di lui, come se ancora respirasse.”[5]. Curzio precisa però di aver riferito “quel che si racconta più che quello che si crede vero”[6] Anche Curzio si concentra sull’ipotesi dell’avvelenamento da parte di Antipatro. Infine riferisce che “il corpo di Alessandro fu trasportato prima a Menfi e pochi anni dopo ad Alessandria da Tolemeo.”[7]

 

Plutarco, nella Vita Alexandri, sostiene che, dopo essersi intrattenuto al festino di Medio per tutta la notte, l’indomani Alessandro venne preso da un attacco di febbre ma esclude categoricamente che “lo avevesse preso all’improvviso un dolore alla schiena paragonabile ad un colpo di lancia.”[8] Di seguito Plutarco riporta lo sviluppo della malattia sulla base dei Diario di corte: giornate in cui la febbre si alterna a qualche pasto, giornate passate nella camera da letto, sacrifici agli dei fino alla morte, avvenuta “il ventotto, verso sera.” Lo storico di Cheronea precisa infatti che “La maggior parte di queste notizie si trova scritta così, parola per parola , nel diario di corte.”[9] e che “nessuno ebbe al momento sospetto di avvelenamento” anche se poi riporta i racconti già menzionati dagli altri autori circa il possibile assassinio da parte di Olimpiade, Antipatro e Aristotele.[10] A questo proposito aggiunge che “i più ritengono che tutta questa narrazione relativa al veleno sia un’invenzione”[11] e riporta come prova che il corpo di Alessandro non mostrò segno di avvelenamento ma “rimase incorrotto e fresco.”[12]

 

Giustino scrive come Alessandro, durante la nottata di festeggiamenti con Medio, non riuscì a finire la propria coppa di vino e a metà di questa“come colpito da una freccia, emise un gemito. Portato fuori dal convito esanime, fu tormentato da così acuto dolore che chiedeva come rimedio un’arma e provava fitte quando lo toccavano, come se fosse ferito.”[13] Aggiunge di essere convinto che la malattia che lo colpì non si dovette all’uso smodato nel bere ma che si trattò di un avvelenamento il cui responsabile fu Antipatro per vendicarsi dell’assassinio di molti suoi amici e di vari parenti.[14] Sentendo la morte avvicinarsi e dopo aver passato in rassegna l’esercito, avrebbe ordinato “che il suo corpo fosse sepolto nel tempio di Ammone” e dopo sei giorni dall’insorgere della malattia “perduta la voce”, morì “nel mese di giugno all’età di trentatrè anni.”[15]

 

Diodoro dedica l’intero XVII libro alla narrazione di Alessandro e nel capitolo XXV racconta anch’egli del festino di Medio, durante il quale “d’improvviso, come se fosse stato percosso da un veementissimo colpo, diede un alto gemito e fu condotto via dal convito.”[16] Gli amici lo assistettero ma “il male si fece gravissimo e nonostante il lavoro dei medici nessuno fu in grado di dargli aiuto” e che “peggiorando la malattia gli vennero atroci dolori”, spirando infine dopo dodici anni di regno e sette mesi. Riporta poi le già ampiamente citate ipotesi di avvelenamento.

 

Quanto possiamo fidarci di queste fonti? Possiamo ritenerle a grandi linee veritiere ma allo stesso tempo non possiamo farci assoluto affidamento, in primo luogo perché si preferisce la meraviglia al vero storico, in secondo luogo perchè nessuna è coeva alla morte di Alessandro.[17]

Ciò che possiamo sostenere lo riporta uno studioso attento e prolifico come Domenico Musti, il quale riassume in poche pagine le fasi finali della vita di Alessandro. Nell’inverno 324-323 arrivò a Babilonia, dove probabilmente iniziò a pianificare l’invasione dell’Arabia. Durante il soggiorno nella capitale dell’ormai dissolto impero Achemenide venne preso da febbri malariche, forse dovute ad una malessere che Alessandro si portava dietro da anni che lo consumarono in dodici giorni, come sarebbe dimostrato dalle già citato diario ufficiale delle giornate del re, e la morte andrebbe datata il 13 giugno del 323.[18] Una possibilità è che il corpo sia stato mummificato, trasportato su un sontuoso carro funebre, oggetto di conflitto tra i diadochi e infine sepolto in Egitto; inizialmente nella necropoli di Saqqara e in seguito traslato ad Alessandria d’Egitto. Nonostante questo la zona ultima di sepoltura e il corpo di Alessandro non sono mai stati rintracciati.[19]

 

In conclusione quanto affermano i titoli della stampa italiana è una vergognosa bugia del tutto indegna. Scrivere che fu “sepolto vivo” è falso, una fake news utile solo per attirare qualche click in più ma del tutto priva di un ben che minimo fondo di verità.

 

Di Daniele Reano

 

Bibliografia

 

  1. Hall. Did Alexander the Great Die from Guillain-Barré Syndrome? In The Ancient History Bulletin, 2018; Vol. 32: pp. 106-128.
  2. Musti, Introduzione alla storia greca, Roma 2019.
  3. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Bari 2010.

C.A.Robinson, The history of Alexander the Great and The Ephermerides of Alexander’s Expedition, Providence 1953.

  1. Saunders, Alexander’s Tomb: The Two-Thousand Year Obsession to Find the Lost Conqueror, Londra 2007.

Alessandro Magno, tra storia e mito (a cura di) M. Sordi, Milano 1984.

Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno (a cura di ) J. E. Atkinson,  Roma 2000

Arriano, Anabasi di Alessandro (a cura di) F.Sisti e Andrea Zambrini, Roma 2004.

Plutarco, Vite parallele, vita di Alessandro (a cura di) D. Magnino, Milano 1998

Giustino, Storie filippiche, (a cura di) L. Santi Amantini, Milano 1981.

Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XIV-XVII, a cura di T. Alfieri Tonini, Milano 1985.

 

[1]Arriano, Anabasi , VII, 25-26.

[2]Arriano,  VII, 27.

[3]Curzio Rufo, X, 5, 2. “Incredibile dictu audituque, in eodem habitu corporis, in quem se composuerat, cum admissurus milites esset, durasse, donec a toto exercitu illud ultimum persalutatus est.”

[4]Curzio, X, 10, 12 “ut tandem curare corpus exanimum amicis uidere, nulla tabe, ne minimo quidem liuore corruptum uidere, qui intrauerant. Vigore quoque, qui constat ex spiritu, nondum destituerat uultum.”

[5]Curzio X, 10, 13.

[6]Curzio X, 10, 14. “Traditum magis quam creditum refero.”

[7]Curzio, X, 10, 20.

[8]Plutarco, Vita Alexandri, 76, 5.

[9]Plutarco, 76, 6.

[10]Plutarco, 77.

[11]Plutarco 77, 5, 1:   “οἱ δὲ πλεῖστοι τὸν λόγον ὅλως οἴονται πεπλάσθαι τὸν περὶ τῆς φαρμακείας”

[12]Plutarco 77, 5.5 “ἀλλ’ ἔμεινε καθαρὸν καὶ πρόσφατον.”

[13]Giustino, XII, 13, 8-9.

[14]Giustino, XII, 13, 10 et 14, 1-9. Ma da XIV,4,12 è probabile che Trogo fosse stato più cauto sull’ipotesi di avvelenamento.

[15]Giustino XII 15 10-14 et 16, 1.

[16]Diodoro siculo, XVIII, 25.

[17]Plutarco scrisse le sue Vite alla fine del I sec. d.C., Diodoro Siculo lavorò tra il 60 e il 30 a.C., le Ἀνάβασις Ἀλεξάνδρου di Arriano si collocano in epoca antonina, Curzio Rufo di tarda età imperiale, mentre l’epitome di Giustino è di II-III secolo d.C. e la sua fonte, ossia Pompeo Trogo, non  risale oltre l’età augustea.

[18]D. Musti, Storia Greca, p.660-661.

[19]N. Saunders, Alexander’s Tomb: The Two-Thousand Year Obsession to Find the Lost Conqueror, pp.150-167.

About the author

Daniele Reano

Daniele Reano

Laureato in Storia all'Università degli Studi di Torino, attualmente alla magistrale di Filologia, Letteratura e Storia antica presso l'Università degli Studi di Firenze. I miei interessi, oltre che alla storia greca e romana, sono rivolti alla politica estera, nazionale e territoriale. Adoro leggere per ore, visitare quanti più musei possibile, viaggiare in lungo e in largo per l'Europa e passeggiare nelle splendide valli alpine.